Ecodesigner
21 nov 2010Inserito in in: Ecodesigner 0
“Graffi e segni danno carattere”.
Ryan Frank e il fascino discreto degli scarti.

La poltrona Inkuku, metallo e sacchetti di plastica

Definisce i suoi pezzi – e il suo stile, forse – free-range furniture, ovvero serie libera, dove i limiti alla libertà espressiva sono posti – con una certa seria ponderatezza – dagli imperativi di funzionalità e sostenibilità. Origini sudafricane, Ryan Frank è un giovane designer, diviso tra gli studi di Londra e Barcellona, alla testa di un piccolo gruppo di designer – “da due a quattro, a seconda dei progetti”, spiega, “più un numero imprecisato di collaboratori” – che realizzano pezzi ironici, appendiabiti fatti di carta di giornali pressati, tavoli dalle forme massicce fatti con legno di impalcature e gambe in ferro, poltrone, come Inkuku o Inja, fatte rispettivamente di sacchetti di plastica o lana di scarto, tagliati, avvolti insieme e assemblati in lunghi nastri serpentiformi dai colori briosi e dall’aspetto soffice.

Il suo vademecum è chiaro: “c‘è bisogno di una comprensione dettagliata dell’intero processo di guida alla produzione dell’oggetto, e quindi in fase progettuale sono molto attento a una serie di snodi. Rispetto alle materie prime utilizzate, le domande sono: da dove vengono? Quali sono le implicazioni sociali legate all’estrazione dei materiali? Quali sono le compatibilità con altri materiali e prodotti? Possono essere ri-utilizzate, riciclate o biodegradate?

Quindi, riguardo il processo di produzione: qual è il livello di qualità, efficienza e responsabilità sociale? Infine, in generale, sulla compatibilità ambientale: a quanto ammonta il bilancio del carbonio (ovvero la quantità di emissioni prodotte) e come e quanto incide la logistica?”.
D’altra parte, se è vero che le caratteristiche di un buon pezzo ecologico restano quelle di una qualità “senza tempo, che la farà durare anni e non stagioni”, spiega Frank, poi, certo, “senz’altro impone l’utilizzo di materiali rinnovabili e riciclabili, e che il prodotto possa essere disassemblato per separare i singoli materiali così che possano ridiventare materie prime per altri prodotti”, spiega.

I materiali che predilige sono quelli di scarto, poiché ama i difetti, i graffi, “i segni di carattere che marcano i pezzi di recupero” conferendo loro una personalità, ma “ci sono anche pezzi che provengono da materie prime naturali, rinnovabili o passibili di essere infinitamente riciclati senza alcuna perdita di qualità”. Se la sostenibilità è imprescindibile, uno standard, la semplicità è un altro obiettivo perseguito e “un buon modo per rendere efficiente un prodotto. Impiego del materiale giusto, basso dispendio di energia e facilità d’uso sono i miei must, e, dunque, sì, mi sforzo sempre di scovare la semplicità in un pezzo, nell’equilibrio di funzionalità e estetica. Se manca la funzione, un prodotto è soltanto decorativo e finirà presto nella spazzatura. Senza l’estetica mancherebbe di appeal emozionale e, allo stesso modo, finirebbe presto tra i rifiuti. Dovendo scegliere tra le due, comunque, opto per la funzione: un oggetto puramente funzionale crea la sua propria estetica e, spesso, può risultare attraente”.

Tavolo in legno (da impalcature) e ferro


Per concludere, gli abbiamo chiesto quale filosofia guidi il suo lavoro: “Un buon design richiede un processo di pensiero, in particolare quando si sviluppa un prodotto ecologico. I principi creano una cornice a cui aderire e una griglia su cui implementare principi di sostenibilità. Il mio approccio quindi richiede un approccio olistico poiché è ben più che prendere in considerazione la mera funzione degli oggetti. Richiede uno studio prima e dopo che l’oggetto è venuto all’esistenza”. La responsabilità sociale è una faccenda seria.

www.ryanfrank.net e www.ryanfrank.net/blog

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