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05 gen 2011Inserito in in: Ecodesigner 0
Giorgio Biscaro: designer verde per necessità
(e sperimentatore per puro diletto)

Lo sgabello Offset

Sgabelli ricavati da un multistrato in fogli, piegato così che la forma della seduta ricordi un trifoglio. Librerie modulari in alluminio, assemblabili con semplici viti. Sedie che hanno per schienali scope di sorgo. Mollette per il bucato ricavate da flaconi per detersivo. Tavolini componibili a design – e ingombro – ridotti. Si chiamano Offset, Emerald Cut, Witchcraft, Faustina, Reprouvé, a tradire un’attitudine ludica, ma non per questo meno seria, al lavoro di progettazione, i cui esiti sembrano il frutto di una riflessione sulle potenzialità dei materiali, così come di una speciale dedizione a elementi che rientrano a buon titolo nella sfera della sostenibilità: trasportabilità, componibilità, durevolezza, riciclabilità.
Giorgio Biscaro è un designer appena trentenne, vercellese, che ha già inanellato una serie di collaborazioni e progetti e ha esposto, nel 2009, al Salone Satellite durante il Salone del Mobile di Milano.
Gli abbiamo, dunque, chiesto di approfondire il tema del basso impatto (per verificare quanto fossero buone le nostre intuizioni).
Nei tuoi lavori si utilizzano materiali naturali e sintetici, spesso in assemblaggio: possiamo considerarli a basso impatto? e se sì, come?
Senz’altro l’impatto ambientale è uno dei motivi progettuali che per primo affronto. Ovviamente c’è una ragione etica che mi spinge a cercare sempre il modo di produrre meglio e ottimizzare le risorse, ma senza dubbio questa mia peculiarità nasce anche dal fatto che fino ad oggi – avendo sempre affrontato in prima persona la prototipazione – ho sempre cercato tecnologie che potessero essere affrontate senza un consistente investimento in termini di denaro e strutture. Ecco che quindi preferisco oggetti ottenuti per colata, come il cemento o la ceramica, per tornitura, come il sughero, e in generale i processi a freddo.
Venendo agli aspetti funzionali: nell’ideazione e nella realizzazione come li hai gestiti? ti sei mai scontrato con delle difficoltà costruttive e, in ogni caso, pratiche? in questo caso, che tipo di innovazione funzionale ne è risultata?
Come ho già detto, dovendo affrontare in prima persona la prototipazione dei miei progetti, ho volutamente semplificato molto l’assemblaggio e la stessa geometria degli oggetti. Ne è scaturita, a mio avviso, una naturale tendenza alla destrutturazione e alla scomposizione dell’oggetto, una preferenza a determinare i caratteri semantici e funzionali di un prodotto, mettendoli al centro della progettazione e cercando di dar loro caratteri innovativi. Nella mia lampada MonCubiste, ho scomposto la tipica struttura di una lampada da lettura o tavolo, e ne ho stravolto il sistema di direzionamento della luce, un approccio di tipo cubista che prende una funzione, la sviluppa e la riassembla secondo nuovi cliché.
Come giudichi i valori d’uso dei tuoi pezzi? la semplicità di utilizzo è un obiettivo che ti prefiggi? e, all’inverso, quanto è importante l’estetica?
I designer hanno l’obbligo etico di progettare correttamente, o almeno provarci. Correttamente significa che occorre considerare il fatto che ci avviamo verso un periodo storico in cui sarà di importanza cruciale consumare meno ma consumare meglio. MI piace pensare che davanti a noi si apre un percorso di qualità, in cui gli oggetti darwinisticamente avranno una sopravvivenza tanto maggiore quanto meglio sapranno adattarsi all’ambiente. Oggetti che sappiano adattarsi alla vita e alle necessità di chi li utilizza, che siano adatti a un certo tipo di volumi di produzione, che non abbiano una senescenza elevata, dei quali non sia progettata solo la vita, ma anche la morte. So di trovarmi in una fase di adolescenza in cui a volte miro più a stupire che a creare oggetti corretti, ma so anche che, mantenendo una certa coerenza, la metamorfosi completa potrà avvenire presto.
Cosa fa di un pezzo un oggetto ben riuscito, e perché i tuoi lo sono? ce n’è uno in particolare che sopravviverà meglio al tempo?
Un oggetto ben riuscito è un oggetto coerente, durevole, e che mantiene le proprie promesse. I miei progetti probabilmente non sono tutti ben riusciti, ma credo di essere in una fase di miglioramento. In questo momento, sto maggiormente lavorando più a monte del progetto, sul perché, sui motivi, sui caratteri innovativi del prodotto, e credo che sia una buona palestra per identificare, nei prodotti che effettivamente oggi stanno vivendo una splendida vecchiaia, un dna comune, una catena di motivi che caratterizzano il prodotto “giusto”. Tra tutti i miei prodotti/progetti, quello che vedo più longevo è Offset, uno sgabello in multistrato componibile. È relativamente leggero, assai solido, non costoso da produrre, composto da materie prime facilmente reperibili, dal segno abbastanza gradevole. È nato ed è stato sviluppato in modo così organico che sarebbe difficile modificarne solo una parte senza snaturare il prodotto nel suo complesso, e questo mi fa enormemente piacere, perché vuol dire che il progetto è abbastanza corretto.
Il tema ecologico entra nella forma della personalizzazione dell’assemblaggio e nella possibilità di montare e smontare i pezzi: sei d’accordo? oppure gli aspetti “verdi” entrano in altro modo nel tuo design? o forse l’ecologicità non è un criterio che ti prefiggi in modo organico?
Si, è esatto, come detto l’esigenza pragmatica di realizzare prodotti facilmente assemblabili e producibili (perché destinati all’auto-produzione) mi ha imposto di partire da presupposti che per forza di cose sono “green”. Non è però né un “accontentarsi”, né una degradazione del progetto, quanto una naturale predisposizione che procede da una necessità materiale.

Il designer Giorgio Biscaro


Come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con i materiali? forse oggi utilizzeresti materiali usati impensabili quando hai iniziato? o sei, tutto sommato, coerente?
La ricerca sui materiali e sulle tecnologie non si deve mai fermare: l’utilizzo di un’innovazione non deve però mai essere fine a se stesso, ma deve sempre essere inscritto in un contesto di necessità e coerenza. Senz’altro oggi le condizioni economiche globali non consentono alle aziende di investire troppo nella ricerca, perché molto spesso il tornaconto derivante dall’utilizzo di un materiale tecnologicamente avanzato non copre l’investimento necessario all’approfondimento del proprio know-how. Non nel settore dell’arredamento e dell’illuminazione, almeno, dove la performance materica non viene al primo posto. Ci sono ancora aziende disposte ad affrontare questo cammino impervio, il che fa sempre ben sperare, parlo per esempio di casi come Planck e BASF nello sviluppo della sedia Myto disegnata da Grcic. Credo ad ogni modo di più nell’ottimizzazione dei processi, che è a mio parere la prima chiave di volta per creare prodotti sempre migliori e sostenibili, e nella valutazione di nuove tecnologie produttive, purché producano benefici al prodotto.

www.giorgiobiscaro.com

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