Ecodesigner
05 gen 2011Inserito in in: Ecodesigner 0
Resign, creare oggetti di cui innamorarsi
(e da cui non separarsi tanto presto)

Il tavolino da caffè Please, don't sit

“Il nome non indica un marchio o un’azienda, ma una metodologia di lavoro”. Andrea Magnani, fondatore di Resign, insieme a Giovanni Delvecchio e Bettina Amatori, ci chiarisce il senso del progetto nato nel 2007. “Resign significa impiegare il riuso, il riutilizzo non come buono in sé e per sé, ma dando valore al progetto. Lo spunto nasce dalla necessità e dall’urgenza, sentita, di progettare in modo sostenibile e creare oggetti di cui ci si possa innamorare. Il riuso è un pretesto, si ragiona su semi-lavorati, cose che hai già, magari rotte, per vedere oltre l’incongruenza”.
Nelle dichiarazioni programmatiche, che si trovano sul sito del collettivo, è forte il richiamo ai temi dell’open source e del basso impatto applicati al design: si legge, infatti, che Resign nasce per “canalizzare la creatività diffusa all’interno di percorsi di significato facilmente condivisibile; valorizzare, come identità e capitale simbolico, l’esistenza di una rete densa di relazioni; affermare la necessità di ripensare i metodi del design in un’ottica di sostenibilità”.

Definita, si badi bene, sulla scorta di un diktat preciso, ispirato all’affermazione di Sottsass secondo cui, quando si ama un oggetto, non lo si butta. La sostenibilità non è tanto nella forma di un progetto o una modalità di processo, ma è definita piuttosto dall’esperienza che si può vivere con quell’oggetto. L’esperienza è il vero oggetto di indagine così che esiste, nel catalogo di Resign, la serie degli oggetti liberi o magici, che nascono all’interno di performance, autentici riti collettivi -’magici’ -, costruiti allo scopo di infondere e trasferire senso agli oggetti, vitalizzando simboli che i pezzi stessi si portano addosso. “Il simbolo è il linguaggio dell’umanità per le cose più essenziali e, nel corso dei riti, gli oggetti vengono caricati dell’energia e del loro potere. Il tavolino ribaltabile, ad esempio, caricato durante un rito a Firenze in modo che una faccia avesse polarità positiva e l’altra negativa. Così, si sceglie il lato da usare a seconda di com’è andata la giornata, e si può cambiare il verso di quelle storte girando il tavolino”. Piuttosto inedito nel mondo del design.

D’altra parte, Resign si nutre di progetti e prodotti, strategie e luoghi di elaborazione – ovvero la Resign Academy, di cui nella primavera 2011 si terrà la terza edizione: una sorta di master, un corso intensivo di tre settimane da cui si esce con uno o più progetti – che riaffermano i valori della condivisione e dell’importanza del lavoro manuale in pezzi che sono racconti e addensano simboli e storie. “Uno breve e ironico è quello del coffee table che è una sedia con la seduta e lo schienale di vetro con la scritta ‘Please, don’t sit’. Un modo di ammiccare agli spazi dell’arte e delle esposizioni dove vengono mostrate sedie su cui non si può sedere. Sedie che non si possono usare come sedie. E allora possono diventare tavolini, no?”.

Non ci si può prendere troppo sul serio, del resto, il designer fa ipotesi sperando che abbiano lunga vita, ma l’errore, la smentita delle previsioni sono sempre dietro l’angolo. “Il modernismo è un esempio di svista clamorosa, ci si è persi, si è mancato un po’ l’uomo, impegnati a seguire il filo del proprio pensiero fino alle estreme conseguenze. Si sono fatti pollai, unità abitative del tutto spersonalizzate. Il fallimento della democrazia”.
Resign vuole essere, all’opposto, una pratica di lavoro che mantiene aperto il dialogo: così, il percorso dell’Academy vede, la prima settimana, la partecipazione al team di progettazione di designer con un percorso già avviato, con i quali il gruppo degli studenti sviluppa una riflessione critica, pretesto per la discussione e premessa con cui affrontare gli esercizi creativi e i workshop, finalizzati ad arrivare al concept di un oggetto, che verrà realizzato nelle due settimane successive.

La sedia One divided by two


Ancora, il progetto di ‘designer a domicilio’ prevede la possibilità di avere a casa propria un designer che, a partire da materiali di recupero, possa sviluppare un progetto personalizzato.
Se è vero, come spiega Andrea, “che, come progettisti, il lavoro deve concludersi prima dell’utilizzo effettivo di un oggetto, il lavoro sta proprio nel presupporre modi di senso e nel dare contenuti, creando le premesse perché accada quel che Sottsass auspicava. Si attivano e suggeriscono sensi possibili, si sperimentano linguaggi, scegliendo quelli che creano attrazione, i linguaggi della simbologia e del mistero, linguaggi antichi, parte della memoria dell’umanità. L’interpretazione viene suggerita ma non urlata, non è mai univoca ma, anzi, lascia aperta una pluralità di interpretazioni possibili. Gli oggetti mantengono sempre una qualche funzione, sia che nascano da un ragionamento sia che scaturiscano per caso, da un’intuizione da laboratorio: la sedia One divided by two, due telai e un solo schienale e seduta, ad esempio. Quel di cui si va in cerca è la capacità di comunicare, e di affascinare, il valore estetico e quello simbolico, cosa dice e a cosa rimanda, cosa scatena delle viscere. Oggetti parlanti, e suadenti, colpi di fulmine che aspirano a diventare relazioni stabili, a entrare parte della quotidianità domestica per lunghissimo tempo.

www.resign.it

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