Ecologia&Sostenibilità
19 dic 2011Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 0
Costruire con. Le popolazioni locali e la terra cruda. La missione di Architecture for Humanity
Il 99% delle persone non può permettersi un architetto. Così, la missione di Architecture for Humanity, creata 12 anni fa da Cameron Sinclair, è semplice e vincente: fare progettazione partecipata nelle aree colpite da emergenze umanitarie.

Al lavoro per costruire un asilo in Etiopia

Da due appassionati – più spassionatamente prestatori di tempo e competenze non remunerati – provvisti soltanto di un computer e una linea telefonica a uno staff di 25 persone stipendiate e altrettanti volontari, 37 designer sul campo, ognuno a capo di un piccolo gruppo di lavoro, 64 uffici locali in 22 Paesi ognuno che seguono 53 progetti e 107 strutture in fase di costruzione con un impatto su oltre 81mila persone. In 11 anni. È quello che ha saputo costruire – è il caso di dirlo – Architecture for Humanity, ong creata nel 1999 da un visionario che si autoqualifica come un eterno ottimista, Cameron Sinclair.
L’idea?
Arrivare sui luoghi dell’emergenza umanitaria – vicina e lontana, spesso drammaticamente prossima, altre volte esotica e remotissima – quando le urgenze primarie di cibo, acqua, medicinali sono state tamponate per intervenire sull’ultimo bisogno fondamentale: avere un tetto sopra la testa. Architecture for Humanity si occupa di ricostruire. E lo fa coinvolgendo attivamente le popolazioni colpite dai disastri con una pratica di progettazione architettonica sostenibile, partecipata e fatta dal basso. Dal 1999 sono oltre un  milione e duecentomila persone nel mondo raggiunte dai loro interventi.

La sede italiana dell’associazione si trova a Genova dove Jacopo Morando e Roberto Canessa, coordinatori di un piccolo gruppo di volontari, promuovono attività di formazione, dirette a studenti di architettura e ingegneria, attraverso campi di lavoro di qualche settimana su luoghi dei progetti e, in generale, promuovono la conoscenza dell’associazione attraverso mostre, convegni, appuntamenti. “Da qualche tempo collaboriamo con la stessa facoltà di architettura di Genova, grazie all’interesse di un professore, Massimo Corradi, che insegna statica dei materiali ed è inserito in diverse associazioni locali. Così, interveniamo in sessioni di laboratorio e diamo supporto agli studenti in tesi. L’obiettivo è di fare network, nel solco della filosofia di Sinclair”, spiega Canessa. “Certo, non è facile operare fuori, sul territorio, anche se cerchiamo di sensibilizzare la cittadinanza perché vengano recuperate strutture abbandonate e nascano luoghi sociali all’interno dei quartieri”.
In questo momento, molto dell’interesse della sede genovese è focalizzato sul lavoro di Lorenzo Fontana, architetto, che sei anni fa è arrivato in Etiopia al seguito di un missionario rimanendo laggiù come cooperante del Ciai, di cui ha sposato la causa a favore del sostegno all’infanzia e la missione educativa. È uno dei tanti fronti dove Architecture for Humanity è presente. Roberto ci suggerisce di contattare direttamente San Francisco e, così, eccoci a tu per tu con Frederika Zipp, che segue dall’ufficio centrale i progetti dell’organizzazione.

In cosa consiste il tuo lavoro?
Nella supervisione delle 48 sedi affiliate e dei progetti. Sono quasi 7mila i progettisti che donano tempo e competenze e lavorano a fianco delle comunità, in modo da raccoglierne le esigenze. Si lavora sempre su bisogni locali e insieme alle comunità, sulla base di richieste espresse dal basso. Sono i veri stakeholder.
Dove siete impegnati in questo momento?
I progetti sono moltissimi. Da Port of Prince, ad Haiti, dove siamo arrivati a sei settimane dal terremoto con la missione di ricostruire, in particolare, le scuole. Utilizzando materiali locali, poveri, e manodopera locale sotto la guida dei progettisti che lavorano per l’associazione, oggi 7 sono già state riaperte e altrettanti sono i cantieri attivi. Qui contiamo di restare altri cinque anni. All’Africa, dove stiamo realizzando, con il sostegno della Fifa, 20 centri sportivi, dieci già finiti e altrettanti in corso d’opera, tra Ghana, Rwanda, Mali, Tanzania, Kenya. Al Giappone, all’interno di piccole comunità sconquassate dallo tsunami: lavoriamo a Tohuku, villaggio di pescatori che è il più colpito dalla tragedia, che l’ha totalmente distrutto, e dove l’intervento si muove a tanti livelli per recuperare un tessuto sociale e familiare, dove i bambini riprendano la scuola e gli adulti il lavoro. Al Sud America, dove abbiamo moltissimi progetti in Messico e Guatemala. All’India, dove stiamo costruendo cliniche, e al Pakistan. E ancora tanti, tanti altri.

Non ci sono progetti nel Nord del Mondo?
Sì, eccome. C’è stato un progetto in corso a New York, dove alla fine degli anni Novanta a supporto di una comunità molto disgregata è stato creato uno spazio multifunzionale con uno skate park per i ragazzi. Una sfida progettuale molto interessante, che ha coinvolto architetti e paesaggisti. Ancora, abbiamo costruito case sostenibili nelle riserve indiane impiegando metodi di costruzione tradizionali. Siamo poi stati molto impegnati dopo l’uragano Katrina a New Orleans e nell’area del Mississipi. Negli Stati Uniti l’organizzazione ha complessivamente 25 punti affiliati in 20 stati.

E in Europa?
Qui siamo molto conosciuti e presenti a Londra, che è una delle sedi più attive, ma, con minor forza, a Lisbona e Genova. Dal quartiere generale cerchiamo di dare tutto il supporto possibile per sostenerli, ma è una sfida, che richiede denaro e energie.

L'area circostante - Workshop 2010, Etiopia

Da dove vengono i vostri finanziamenti?
Il sostegno finanziario viene in gran parte da privati cittadini come da fondazioni sia pubbliche che private – ad Haiti ad esempio è in gran parte venuto dalla Clinton Foundation di Bill e Hillary e da Habitat for Humanity, ma moltissimi personaggi hanno la loro fondazione e ci aiutano, da Shakira a Ben Stiller. Ancora, da altre ong come Save the Children, da organizzazioni tipo Student Rebuilt, sostenuta a sua volta da aziende tipo Amazon, direttamente da aziende – Nike ci sostiene sui progetti dove lo sport è il motore per fare di un luogo
un posto migliore e più sicuro – così come da fondi governativi.

Uno splendido circolo virtuoso.
Fortunatamente. Quando si apre un fronte umanitario, la macchina della raccolta fondi lavora da subito. Quello che facciamo è aspettare di essere invitati. La nostra filosofia è che la comunità che ci ospiterà deve chiedere il nostro aiuto, l’ultima cosa che vogliamo è imporci. Così, siamo dove siamo perché i leader delle comunità, magari i capi religiosi, o anche persone che vivono negli Stati Uniti ma vengono da Paesi dove si sviluppano emergenze umanitarie ci hanno chiamato perché intervenissimo. Vedi, nel mondo il 99% delle persone
non possono permettersi un architetto e costruiscono da sole. Noi agiamo come sponda e, dopo 12 anni, essendo tra i pochi così specializzati, siamo piuttosto conosciuti.

Cosa può fare un architetto che voglia collaborare?
Beh, può mettere a disposizione il suo lavoro e partecipare ai programmi, contattando la sede locale più vicina, che offre tutte le indicazioni su come darci una mano. Oppure può candidarsi a livello globale, facendo sapere, attraverso il sito, qual è la loro area di competenza. Le possibilità sono molteplici: si può lavorare a distanza, oppure sul posto, se si ha la possibilità di viaggiare. Si tratta di esperienze stimolanti, che implicano di bilanciare bene le risorse, lavorando con i materiali locali e un budget sempre scarso, condividendo competenze professionali con una popolazione che non ha avuto le stesse opportunità di formazione.
Infine, possono anche decidere di fare un periodo di volontariato qui, a San Francisco, in ufficio, seguendo i progetti, o a supporto dell’ufficio media – siamo alle prese con il secondo libro e ogni contributo è benvenuto.

Esiste anche un archivio di progetti condivisi, vero?
Sì, una piattaforma che ha oggi 32mila iscritti e raccoglie 8,9mila progetti open source. Una sorta di abaco che permette di vedere soluzioni non “da rivista”, per intenderci, di cui si possono seguire le evoluzioni nel corso degli anni. Per ogni progetto si può accedere a tutti i file e a tutte soluzioni, si incontrano i committenti e le associazioni sul territorio. Si possono trovare ispirazioni su materiali poveri ma largamente utilizzati nel mondo: la tecnica dell’adobe, i mattoni in terra cruda, ad esempio, sono una chiave di sviluppo sostenibile. Tanto quanto il rispetto delle tradizioni costruttive locali. La forma che ci piace in fatto di cooperazione è non lavorare per ma con.

Il gruppo coinvolto nel workshop - Etiopia, 2010

E c’è anche un concorso per gli architetti, vero?
Esatto, con un sito di riferimento suo: www.openarchitecturenetwork.com. L’abbiamo lanciato lo scorso 18 ottobre per raccogliere progetti sulla riqualificazione di aree militari dismesse che potranno diventare luoghi sociali e civili.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma.
Certo, lo spirito è collaborare, mescolare competenze, fare rete.

E per chi non è architetto?
Chiunque può segnalarci un’area dismessa e noi utilizzando le mappe di Google, che è nostro partner, possiamo darne notizia e raccogliere stimoli su come recuperarla.

www.architectureforhumanity.org
www.architectureforhumanityitaly.org

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