Ecologia&Sostenibilità
18 dic 2011Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 0
Dietro ai certificati FSC e PEFC. Farsi largo in un mercato tiepido.
Cosa significa FSC? e PEFC? Viaggio intorno ai due marchi più importanti sulla gestione rispettosa delle foreste per capire che differenza fa nelle scelte di tutti i giorni. Quando si sceglie l'armadio nuovo o si compra una risma di carta.
Legno certificato PEFC

Quanti di noi hanno scelto i mobili di casa – o dell’ufficio – sulla base di una certificazione ecologica? E, facendo un passo indietro, quanti ne conoscono l’ambito di competenza e sanno cosa viene certificato dal marchio? Non è escluso, del resto, che qualcuno – o persino tutti – i pezzi del nostro arredamento sia stato scelto sulla base di caratteristiche di sostenibilità: materiali e finiture naturali, durabilità e semplicità d’uso, filiera corta. Magari li abbiamo montati da soli oppure sono stati fatti su misura da un falegname ecologico. Se sono i mobili dei prossimi quaranta, cinquant’anni, che vogliamo lasciare ai nostri figli, è sufficiente per convincerci che l’investimento tuteli anche l’ambiente.

A che servono, dunque, i certificati che tracciano la provenienza del legno e, allo stesso modo, quella degli arredi che lo utilizzano?
Lo abbiamo chiesto direttamente alle due associazioni che, nella selva dell’ottantina di standard esistenti a livello internazionale, hanno il maggior peso sul mercato e a cui molti si sono di fatto adeguati: FSC e PEFC.
Entrambi hanno creato un sistema di certificazione volontario, indipendente e di terza parte, la cui applicazione avviene per mezzo di Enti di certificazione controllati da un organismo di accreditamento che per FSC è ASI (Sitema Internazionale di Accreditamento) mentre per PEFC l’accreditamento avviene su base nazionale (come per le certificazioni del tipo ISO, UNI, UNI EN) e per l’Italia l’organismo di riferimento è Accredia – Sincert, con competenza nazionale.

Abbiamo, dunque, contattato FSC e, in particolare, la sua rappresentanza in Italia, derivazione autonoma sotto il profilo statutario e decisionale dell’organizzazione internazionale nata a Toronto nel ’93, non governativa e non profit, che annovera, tra i 900 membri, gruppi ambientalisti – da Greenpeace al WWF a Legambiente – e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno e la carta, ricercatori, tecnici fino a multinazionali, come Ikea e Castorama. Con l’obiettivo di promuovere una gestione responsabile delle foreste è stata FSC a lanciare l’idea delle due certificazioni specifiche per il settore forestale e i prodotti legnosi: l’una valuta la buona gestione forestale ed è appannaggio dei proprietari di foreste; l’altra certifica la catena di custodia ovvero la rintracciabilità dei materiali ed è necessaria alle imprese di trasformazione, falegnamerie e mobilifici, per apporre il logo FSC sui propri prodotti. L’impatto della certificazione valuta la gestione corretta sotto il profilo ambientale, sociale, economico.
Senz’altro la diffusione è notevole: 145 milioni gli ettari di foreste certificati e oltre 21mila aziende di trasformazione, in 101 Paesi, per un mercato mondiale dei prodotti a marchio FSC pari a più di 20 miliardi dollari Usa. In Italia, sesta nella classifica mondiale, le aziende certificate superano le 1200 e la superficie forestale si aggira sui 45mila ettari.

È quanto ci ha illustrato Diego Florian, segretario generale FSC Italia, la cui sede si trova a Legnaro, Padova, lui stesso con una formazione in scienze forestali e un forte interesse per l’economia applicata al settore forestale. “FSC Italia è nata, in effetti, dalla volontà di un gruppo di lavoro misto, fra cui alcuni ricercatori in ambito forestale che hanno sviluppato, una quindicina di anni fa, uno standard di gestione forestale responsabile. Nel ’97 hanno creato uno standard per l’arco alpino, che più recentemente è stato esteso ad uno standard valido per tutto il territorio nazionale”.

E come si è evoluto il mercato in questo quindicennio?
“La crescita è stata esponenziale, non abbiamo neppure risentito della crisi, anzi. Il certificato FSC è diventato un elemento di differenziazione e i certificati in Italia sono triplicati negli ultimi anni, anche se, più che l’arredamento, i settori più sensibili sono quelli dell’editoria e delle forniture per ufficio. Sul fronte arredo, sono i produttori di pannelli, truciolare, mdf, obf, che richiedono la certificazione. Senz’altro la pubblica amministrazione gioca il suo ruolo, con l’impulso dalle politiche di Green Public Procurement (GPP), che privilegiano le forniture di materiali a basso impatto ambientale. Così, il legno FSC è sempre più richiesto per arredi scolastici, pavimenti e serramenti.

Se il mobile per la casa non vanta un’offerta FSC individuabile come tale, nell’edilizia va diffondendosi il concetto di ‘certificazione di progetto’, standard che si applica sia alle nuove costruzioni che agli interventi di ristrutturazione e manutenzione. I progetti da oggi sono 30 nel mondo, di cui uno a Padova. La certificazione può essere totale o parziale, ovvero, nel primo caso, almeno il 50% dei materiali legnosi utilizzati, per costo o volume, dev’essere certificato FSC oppure riciclato post-consumo e il restante costituito da legno riciclato – non necessariamente post-consumo – e da legno vergine controllato. Nel secondo caso è sufficiente che alcune componenti del progetto – i pavimenti o i serramenti – siano in legno certificato FSC”.

Cosa si intende per legno controllato? 
“Si intende un legno che, pur non essendo certificato FSC, ovvero non ottemperando i 10 principi e 56 criteri, è comunque garantito sul fronte della legalità dell’approvvigionamento, non provenendo da foreste primarie, ad esempio, e essendo stato recuperato nel rispetto dei diritti della manodopera”.
E i costi per le aziende?
“Sono in buona sostanza di due tipi: uno, legato al costo della verifica aziendale per l’emissione del certificato (con validità quinquennale ma soggetto a verifica annuale), a cui sono deputati gli enti di certificazione, e l’altro costituito dalle royalty da corrispondere annualmente a FSC Internazionale, in proporzione al fatturato delle aziende stesse. Per avere un’indicazione, fino a 200mila dollari si tratta di 50 dollari l’anno, tra 200 e un milione di dollari, di 200”.

Dal 2011, grazie ad un meccanismo di ripartizione proporzionale al numero di certificazioni emesse in un dato paese e l’estensione della superficie forestale certificata, una parte delle royalty viene redistribuita agli uffici nazionali per contribuire ai loro costi d’esercizio. In ogni caso, per le aziende, il momento è cruciale: a livello europeo si stanno infatti moltiplicando le azioni di stimolo perché il legname tropicale, destinato all’architettura come all’arredamento, certificazione venga garantito per la legalità della sua provenienza e la responsabilità della gestione forestale. Del resto, non si tratta che di anticipare una legge, la cosiddetta timber regulation, comunitaria, che è in fase di recepimento da parte degli Stati membri e entrerà in vigore il 1° marzo 2013.

Allo stesso modo, PEFC, base a Ponte San Giovanni (PG), che conta in Italia 50 soci pur godendo di minor fortuna – Giovanni Tribbiani, responsabile dell’uso del Logo PEFC per l’Italia, spiega che le è mancato nel nostro Paese l’appoggio di WWF e di tutte le associazioni ambientaliste che in WWF hanno il loro opinion leader, che sostengono viceversa FSC, “e che pure nel mondo fanno parte anche di PEFC”, senza reputarlo incoerente – è un organismo di rappresentanza trasversale che raggruppa tutti gli stakeholder: proprietari forestali, aziende – Palm, ad esempio, che produce pallet – associazioni consumatori, pubbliche amministrazioni, rappresentanti della società civile. PEFC certifica 140-160 aziende l’anno sul fronte della catena di custodia e vanta 750mila ettari di certificazione forestale. “Siamo in linea con il dato internazionale, per cui le foreste certificate sono circa il 9%”, chiosa Tribbiani.
Se la rivalità tra le due associazioni sembra effettiva, e ognuna tende ad accreditare il proprio standard come il meglio fondato, i principi sottesi sono, nei fatti, difficilmente comparabili: a differenza di FSC, che declina a livello nazionale o regionale i principi e criteri definiti a livello internazionale, PEFC accoglie gli standard locali, purché ci siano requisiti minimi a garanzia della tutela forestale.
“In effetti, PEFC impone livelli di gestione forestale di alto livello e, dunque, essere in linea con lo standard internazionale implica parametri piuttosto stringenti, volti, come per FSC, ad una gestione sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale, economico.
“Essere soci – prosegue Tribbiani – per un’azienda costa 500 euro l’anno. Altra cosa è il corrispettivo per la licenza di utilizzare il logo, previa valutazione da organismi di parte terza, che variano secondo i fatturati. E questi sono i soli introiti dell’associazione, che non ha, com’è naturale, alcuno scopo di lucro. La maggior parte del legname è già certificato PEFC, dato che parliamo dei 2/3 delle foreste certificate nel mondo e di circa il 25% del legname sul mercato”.

Dal vostro punto di osservazione, a che punto il settore dell’arredamento sul fronte dell’acquisizione della certificazione come leva di mercato?
“Siamo ancora in una fase pionieristica – afferma, senza troppe circonlocuzioni Tribbiani. Se pensiamo che le aziende di trasformazione del legno sono 85mila – comprendendo tutto, dalla segheria al mobilificio – si fa presto a trarre delle conclusioni: FSC ne annovera un migliaio e noi 564, meno del 2%. Fortunatamente, sono le organizzazioni più grandi quelle più sensibili. Ancora, su certi fronti ci si muove velocemente: ad esempio, le aziende che fanno parquet si stanno certificando perché il marchio garantisce buoni ritorni in termini di marketing. Oppure le aziende che gestiscono commesse internazionali, dato che in Francia, Germania e Gran Bretagna il consumatore premia la scelta ecologica. In Italia il ritardo è evidente ma, a questo ritmo, entro due anni colmeremo il divario”.

Un bosco in ri-crescita dopo un taglio controllato

Per il momento, il rapporto costi-benefici pende un po’ sul fronte costi.
“Beh, non direi che la certificazione sia costosa. Varia in base alle dimensioni dell’azienda ma, per le più piccole, la prima verifica ispettiva, molto più accurata, costa di norma intorno agli 800 euro, che si dimezzano per i controlli periodici. A questo riguardo, PEFC va incontro ai piccoli perché rilascia certificazioni di gruppo o regionali. In Alto Adige, i proprietari forestali si sono raggruppati e sono stati certificati 300mila ettari: in questi casi, la verifica si fa a campione, col rischio che, se uno soltanto viene meno ai requisiti, la certificazione viene tolta a tutti”.
Non si può dire, del resto, che il dato tendenziale non sia incoraggiante. Pur essendo FSC e PEFC ancora poco noti al consumatore finale, è proprio la spinta che viene dall’opinione pubblica ad agire sulle aziende che richiedono la certificazione.

Spiega Francesco Ragazzini, responsabile marketing di Icila, ente di certificazione specifico per il settore legno: “Sono i rivenditori e la distribuzione organizzata, ovvero l’interfaccia diretta con il consumatore, a far sorgere il bisogno a chi opera ai primi livelli della filiera. Segno di una cultura che si diffonde perché, se si cerca il marchio, significa che i suoi contenuti sono conosciuti e capiti. Nel settore del mobile, senz’altro più precoci sono state le aziende di trasformazione e i produttori di semilavorati per arredi [i pannelli, ad esempio, di cui si diceva sopra, ndr"].
Se si guarda il database delle aziende certificate FSC, sul loro sito, però, è evidente che il volano sono la carta e le cartiere: è comprensibile, parliamo di un materiale più visibile e su cui il marchio si spende meglio. I mobili sono soggetti ad altre regole di mercato e di consumo, si cambiano ogni 10 anni, è normale che il settore si adegui con una certa lentezza”.

Qual è il grado di sensibilità ecologica delle aziende che vi contattano, sono realmente interessate al marchio o è solo una leva di marketing?
“Il mercato è quel che muove le aziende. A volte, succede che l’esigenza di avere il marchio nasca dall’esigenza di acquisire un’unica, grossa fornitura e, così, avuto il marchio, non venga più usato fuori di quella. In effetti, le royalty da versare ai titolari del marchio è legato al fatturato sui prodotti in legno e ogni anno mantenerne il diritto di utilizzo implica il superamento di una verifica ispettiva, ogni 5 un rinnovo, soggetto ad analisi più approfondite. Così, dal punto di vista aziendale, se il mio consumatore apprezza la marchiatura e l’azienda che il settore green è interessante, posso adottare marchi coerenti con un certo tipo di politica e immagine e decidere di rispondere a una domanda immediata o, viceversa, anticipare e interpretare il mercato”.

Gli fa eco Riccardo Pessina, architetto che opera all’interno del Progetto Lissone, rete che da dieci anni promuove il celeberrimo distretto che fa capo alla città di Lissone, tradizionalmente legato alla cultura dell’arredamento, e raggruppa 250 imprese tra artigiani, produttori e rivenditori, oltre al Comune: “La certificazione ecologica nel settore arredamento è percepita da una nicchia di consumatori, che ne comprende il valore aggiunto, non certo dal largo pubblico. Chi la apprezza è disposto a spendere di più, poiché il prodotto certificato costa di più, poiché implica l’intera riorganizzazione dei processi di produzione in tutta la filiera. È l’unica via percorribile, nel futuro, ma richiede un lungo percorso. Il mobile è un prodotto complesso, raramente monomaterico e passa attraverso molte trasformazioni. Ragionare in termini di filiera corta e foreste certificate è molto diverso da quel che si è fatto spesso sino ad oggi, significa chiudere con i tagli scriteriati e mette fine alla dispersione di risorse sempre più preziose. Manca ancora un sistema di lavorazione replicabile, e una progettazione che ragioni in termini di riciclabilità e disassemblaggio delle singole componenti, azzerando gli sprechi – credo che la lavorazione dei mobili in massello ne verrebbe stravolta. Ancora: la congiuntura non favorisce gli investimenti”.

All’interno del Progetto Lissone, quindi, non esiste un catalogo di mobili ecologici?
“È in fase di prototipazione, legato al progetto Bosco Mobile – indicato come BOMO – che ci vede come capofila, in cordata con altri enti – il Consorzio Forestale Lario Intelvese, da cui boschi è stato ricavato il legname, il CNR-Ivalsa, che ha steso le regole per la valutazione della qualità delle piante e il Griss, Gruppo di Ricerca sullo Sviluppo Sostenibile della Bicocca, responsabile scientifico che ha valutato l’intera filiera produttiva. Il progetto, finanziato da Regione Lombardia e provincia di Como, si è concluso lo scorso maggio. L’obiettivo era quello di creare una filiera legno – arredo sostenibile. Così, all’interno di BOMO, abbiamo sviluppato, con altri due progettisti, Giovanna Fossati e Carlo Sangalli, abbiamo creato dei prototipi di arredi per le scuole materne, realizzati poi da artigiani locali e adesso al vaglio del Cnr-Invalsa prima di entrare in produzione”.

Il Consorzio Forestale – ente di diritto privato che gestisce foreste di proprietà demaniale e ha per soci circa 30 comuni del Lario Intelvese – è proprietario di circa 2mila ettari di foreste, dal 2008 certificate PEFC – pioniere su questo fronte in Lombardia, il cui esempio è stato poi seguito dalla Regione Lombardia che ha allo stesso modo certificato le proprietà demaniali.

Abbiamo chiesto a Lorenzo Guerci, uno dei tecnici forestali del Consorzio, perché è stata scelta PEFC: “Non si è trattato di esprimere una sorta di preferenza, i due marchi ci sembravano avere lo stesso valore allora. Oggi la visibilità dell’uno è senz’altro diversa e FSC è più legato alle associazioni ambientalistiche ma gli standard sono simili. Il marchio ha la doppia funzione di offrire una garanzia di sostenibilità e di buona gestione ai soci proprietari, ovvero i Comuni, e offrire visibilità al progetto nei confronti degli altri interlocutori istituzionali, dalla Provincia in su. In più, adottare criteri della gestione forestale controllata permette di organizzare meglio il nostro lavoro. Il progetto viene gestito con una procedura chiara e documentazione ordinata e accessibile e la tracciabilità, sottesa alle buone pratiche, è uno stimolo anche rispetto alla gestione ordinaria interna”.

Guerci spiega che c’è richiesta del legno prodotto dal consorzio – specie autoctone, in prevalenza larice e castagno – pur se è per lo più destinato ad essere utilizzato come legna da ardere o da opera.

Tavolo con panche parte del Quaderno delle Opere Tipo della Lombardia

Il progetto BOMO ha senz’altro contribuito a nobilitare una risorsa sottostimata, così come la collaborazione del Consorzio per la realizzazione del Quaderno delle Opere Tipo (QOT) finanziato dalla Provincia di Como nell’ambito del Grande Progetto di Montagna – il pdf con il catalogo si trova sul sito di Regione Lombardia. Si tratta di una sorta di manuale di istruzioni per produrre arredi realizzati prelevando il legno direttamente dal bosco, manufatti pensati per l’arredo di aree boschive o rurali, certificati per la catena di custodia.

Orizzonti di sostenibilità possibile, dunque. Spiragli, in un mercato tradizionalmente incentrato su logiche e modelli altri dove le certificazioni sono ancora poco appetibili per chi si rivolge al grande pubblico. Stato dell’arte a fine 2011. Tra un anno, chissà. Nel frattempo, lo sguardo è puntato su prototipi che vanno in produzione e su produttori che fanno il grande passo verso una progettazione responsabile e sostenibile, non solo per l’ambiente. Con il vostro contributo di suggerimenti e spunti per darne notizia qui.

www.fsc-italia.it
www.pefc.it
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