Ecodesigner
20 feb 2012Inserito in in: Ecodesigner 0
In tema di alberi, di legno e di principi.
Arboris Thema, ecologia da manuale.
A colloquio con Benni Ceccarini, architetto e anima progettuale di una piccola realtà laziale, che da vent'anni produce arredamento ecologico in ossequio a criteri rigorosi. Un ripasso in sorvolo su principi e tensioni per tracciare l'identikit del perfetto ecodesigner.

Arboris Them - Cucina


Benni Ceccarini è l’anima progettuale di Arboris Thema – ampolloso, forse, con il merito, però, di andare dritto al punto – che, nelle due sedi, a Roma e Viterbo, dal 1990 con questo marchio ma sulla base di un passato secolare nel settore della trasformazione del legno, si occupa di arredo e abitare ecologici, oggi in prevalenza su misura, creando arredamenti completi per abitazioni, negozi, alberghi. Il legno è lavorato tutto all’interno dell’azienda per realizzare pezzi di alta qualità per una fascia medio-alta di pubblico che ha garantito una buona tenuta anche durante la crisi.

Abbiamo avuto una piacevole chiacchierata con l’architetto Ceccarini, che ci illustrato il senso che oggi ha per lui il tema dell’ecologia del progetto. “Ho tenuto conferenze su questi temi e seminari con neolaureati, alla ricerca di una formulazione soddisfacente e una declinazione pratica forte del tema ecologico nell’arredamento e nell’edilizia. Certo, non basta eliminare le vernici e i collanti tossici per poter dire di fare mobili ecologici. Certo, c’è anche chi calca un po’ troppo la mano e non ha nemmeno i requisiti minimi: si prenda il Consorzio Vero Legno che raduna essenzialmente produttori di mobili in truciolare. È un materiale ricavato dal legno ma è assemblato con colle, che possono essere molto tossiche, se a base di formaldeide, e sulla cui quantità ci sono limiti precisi, dettati per legge. Il legno riciclato è sbandierato come ecologico, ma, se le foreste sono ben gestite, la ripiantumazione è fatta con criterio, ciclicamente e la risorsa non viene depauperata. Non voglio sostenere che non si debba recuperare, ma si usa questo legno riciclato per farci imballaggi, non mobili destinati ad ambienti domestici.

Anche sul rischio di deforestazione le grida d’allarme sono, spesso, a sproposito.
“Il problema si pone davvero con le foreste primarie, quelle dell’Amazzonia o della Norvegia, che non possono essere reintegrate: qui siamo di fronte a un grosso problema ecologico. Viceversa, per le foreste destinate a produrre legno e dove i cicli di taglio e crescita sono controllati, non c’è necessità di recupero per salvare gli alberi! Se poi il recupero si vuol fare, che l’utilizzo di colle sia il più contenuto possibile per ridurre le emissioni di formaldeide, dato che non si possono azzerare.


Arboris Thema - Armadio


Passando a una fase più costruttiva, quali sono, allora, i criteri su cui si basa il suo lavoro?
“Una quindicina di anni fa, con un gruppo di neolaureati, qui a Roma, ho tenuto dei seminari pratici, allo scopo di realizzare una collezione di mobili a forte impatto ecologico. Avevo dettato i criteri della progettazione e il primo riguardava gli sfridi, ovvero la gestione del materiale. L’obiettivo era di ridurre gli sprechi al minimo. Oggi, per fortuna, il materiale residuale può essere rivenduto a chi vende pellet, anche se, allora, per una bizzarria normativa, non era possibile e gli scarti potevano essere solo smaltiti. Bisogna comunque forzare il limite che, a tendere, è di avere zero scarti. Progettare dandosi questo obiettivo è complicato.

Poi, quale altro criterio?
“Il secondo riguarda la provenienza della materia prima. Se per fare un bel gioco di colori a contrasto si abbina l’acero all’ebano, beh, il progetto non è sostenibile.
Bisogna utilizzare legni di foreste gestite responsabilmente e, tra questi, i più vicini.

E il vostro legno, da dove viene?
“Noi utilizziamo solo essenze europee e nordamericane: rovere e noce europei, noce americana ma in quantità minori, ciliegio europeo per le parti in massello, acero nordamericano, il più apprezzato dal mercato. sia come massello che pannello.

Non proprio dietro l’angolo, però.
“Roma e il Lazio non sono un distretto specializzato – come la Brianza, Pesaro-Urbino, Pordenone – dove le certificazioni sono lo standard. Qui, dove le quantità di arredamento prodotto non sono alte, non c’è contrattazione con i fornitori. Le possibilità che restano sono le foreste del Trentino, ma là si coltivano conifere e non è il nostro stile, oppure gli importatori, che richiedono ordini di enormi quantità e non sono interessati a fornire legno certificato. O, ultima via, ed è quella che abbiamo scelto, è ottenere legname di cui conosciamo provenienza.

Certo, il trasporto incide ma è fatto per nave e questo ne limita il costo ambientale.
D’altra parte, esistono ricerche condotte da enti forestali statunitensi che dimostrano come il saldo ambientale è comunque largamente positivo, considerato quanto carbonio ha catturato una pianta adulta nella sua crescita.

Terzo criterio?
“La durata. Non si progettano mobili perché finiscano in discarica dopo sei mesi dalla produzione, è uno spreco di energia intollerabile. Un mobile può durare una vita, di più. Se viene utilizzato, poniamo, per 100 anni, il costo ecologico della produzione è bassissimo. Si pensi che nelle nostre case possiamo avere mobili dell’800, 700 e indietro fino al 400, e nessuno si sogna di buttarli, ecco, il progettista può lavorare su lunghissime prospettive.

Poi?
“Gli imballaggi, ovvero mobili smontabili che si confezionano in pacchi piatti.


Arboris Thema - Pannelli divisori


Per evitare parti metalliche, che potrebbero ossidarsi o, che comunque, accorciano la vita del mobile perché lo rendono più fragile?
“Ma no, sui giunti si fa della mistificazione. Un mobile senza giunti metallici, secondo me, è il limite del fondamentalismo. Non è vero che il giunto si ossida, sono in leghe di alluminio che non si alterano. Piuttosto, l’incastro è intellettualmente stimolante, è parte del godimento estetico di chi progetta concepire un mobili senza giunti, non ha a certo che fare con ecologia.

Prima accennava a parti in massello o in pannello. Com’è fatto un pannello sostenibile?
“Ha un’anima listellare e proviene da un legno coltivato e a crescita veloce, abete o pioppo. Si tratta di legno pieno su cui poi si applicano fogli di legni più pregiati: sarà un pannello in listellare ciliegio se ci si mette il ciliegio o listellare di noce, se il legno esterno è noce. Ha una durata persino superiore al massello perché non si rovina.

E la sua casa, com’é stata pensata?
“All’insegna del su misura e del recupero, a partire di materiali edili in disuso, il coccio pesto o il pastellone, a base di calce idraulica e utilizzati dai Romani come impermeabilizzante, ad esempio, per il rivestimento delle cisterne. Io l’ho usato per i lavandini di casa mia. La mia forma mentis mi spinge a recuperare cose che sono dimenticate, materiali più lenti, lasciati da parte in favore di altri a lavorazione più veloce. La calce idraulica è migliore del cemento ma richiede tempi più lunghi.

E delle case in legno, cosa pensa?
“Alcune sembrano baite, altre sono identiche alle altre, non c’è una vera ricerca sulle tipologie. E poi non c’è abbastanza legno per fare su larga scala case di legno, anche se, se la richiesta aumentasse, si troverebbero anche i terreni da destinare alla coltivazione del legno. Adesso si oscilla tra due estremi, zone pregiate coltivate intensivamente oppure del tutto abbandonate, specie nelle zone montane. Recuperare e gestire il patrimonio boschivo per garantire un polmone verde, questa dovrebbe la regola”.
Invece, il tempo è sempre una variabile trascurata e la miopia, che privilegia la logica del tutto-e-subito, non investe in quel che ne richiede tanto. Come gli anni che servono per fare crescere un albero.



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