Ecodesigner
14 mag 2012Inserito in in: Ecodesigner 1
Il design paranormale di Luca Scarpellini. Visionario con i piedi per terra.
Caffettiere che diventano impianti stereo oppure lampade. Collezioni di oggetti che si moltiplicano seguendo il ritmo di una fantasia lussureggiante sostenuta da una manualità sapiente. La cifra di useDesign è semplice: recuperare la funzione in un ambito, quello del design, che vive da anni di pura estetica, e il radicamento in una riflessione sociologica profonda.

useDesign - Moka Lamp (collezione Luxury) by LucaScarpellini

Ci sono professioni che si scoprono con la grazia di un gioco, avventure facili, che hanno la naturalezza di un giro di vento, un salto a piè pari, una piroetta. Per Luca Scarpellini la leggerezza dura da quasi vent’anni – molti, per uno che ne ha solo 30 – da quando, tredicenne – “ero ancora una persona potenzialmente normale, ho imboccato la strada della follia senza ritorno” – ha iniziato a fare il giocoliere, “all’inizio per gioco, poi, grazie a un incontro decisivo, a 16 è diventato il mio lavoro. A 22 avevo una mia agenzia di eventi e ne organizzavo in tutta Italia: mi ero creato un giro ampio e lavoravo con altri artisti. Contemporaneamente, studiavo ingegneria meccanica e aerospaziale, percorso che non ho completato. Cioè, ho finito gli esami e scritto la tesi, ma non l’ho mai discussa, ho deciso di regalarla evitando la discussione. Sono passato all’accademia di belle arti a Rimini, che è una sezione distaccata della Naba di Brescia. Ho scelto scenografia cinematografica”.

Un bel carpiato. O, forse, soltanto la leggerezza di voltare pagina senza alcuna ipoteca, e nessun rimpianto. Questa volta, Luca conclude il percorso, con una tesi su Batman.
A questo punto, il presente si avvicina. Dalla scenografia al design, la distanza non sembra così lunga.
“Ho iniziato con gli oggetti per caso”, dice ma non gli crediamo più. Ce n’è troppi di casi, in questo percorso che più è tortuoso, più ha il sapore ineluttabile di un destino costruito pezzo per pezzo, con la pazienza di un ebanista, di un cesellatore, di un.. artigiano tuttofare, appunto.

Avanti, come è arrivato agli oggetti? “I mercatini delle pulci sono la mia passione da sempre. L’ho ereditata da mia madre, che porta di continuo a casa gingilli provenienti chissà dove. Sono affascinato dagli oggetti usati, che hanno una storia da raccontare e, al tempo stesso, sono impossibilitati a farlo. Anche i graffi, le ammaccature sono storie. Una caffettiera rotta come sarà stata ridotta così? forse è stato il gioco di un bambino a danneggiarla? oppure è caduta dalle mani di una persona anziana o, ancora, è stata lanciata da una moglie tradita? Le azioni restituiscono significati differenti, il passato chiuso dentro gli oggetti ha un valore filosofico, oltre che estetico e sociologico”.

È illeggibile ma non meno intrigante, lascia spazio alle più suggestive ipotesi, a storie che si snodano come sentieri da percorrere fino in fondo. “Su questo ho costruito la mia poetica. Così, il mio primo oggetto è stata una lampada con una bilancina, una Dalton monopiatto, con un paralume zebrato. Era un regalo per la mia fidanzata di allora. A distanza di qualche mese ho realizzato un altro oggetto”. Per la nuova fidanzata? “In questo caso, no, alla ragazza facevo la corte… A pensarci bene, il mio lavoro nasce dall’amore non corrisposto.
Dopo il primo, infatti, alla stessa fanciulla ho destinato un altro oggetto e poi una cara amica ha chiesto anche lei di essere oggetto di una creazione e, così, dato che le idee e l’ispirazione non mi sono mai mancate, dopo quattro anni di attività ufficiosa, il 19 aprile 2009 ho avuto la mia prima mostra, che segna, per me, l’inizio dell’ufficialità, il momento in questo è diventato il mio lavoro al 100%”.

Che significa, se ben interpretiamo, che è quel che le dà da vivere?
“É il mio lavoro, al 100%, dicevo [sorride, ndr]. In Italia sopravvivono solo i grandi marchi e, finché sei un marchio giovane, è dura. A tal punto che molti colleghi designer ripiegano sul bijoux o su quel che vende di più: il fashion, tipicamente. Se il gioiello si colloca a un livello alto come valore, il bijoux, viceversa, ha un basso valore: se il primo, però, è poco vendibile, il secondo è facile da smerciare. Mi fa quasi rabbia vedere che molti mettono da parte la poetica e la barattano con qualcosa di più basso. Anch’io produco collezioni economiche, conservando, però, senso, densità, plusvalore”.

Se ci sono linee economiche, dobbiamo intendere che i suoi pezzi siano mediamente costosi.
“Al momento, produco dieci linee di prodotto, che comprendono anche il luxury design, destinato a una fascia medio-alta e alta di pubblico. Si tratta di pezzi unici, corredati da un certificato di unicità, e di serie limitate e numerate. Ad esempio, la linea Alice, nata in collaborazione con Ilaria Innocenti. Tra gli altri pezzi, ci sono le Tazze del Cappellaio Matto: tre tazze che sono un pezzo unico inseparabile dal prezzo di 600 euro. Sono in argentone, modificate da me, creando un foro e, poi, sabbiate, verniciate di bianco e di una successiva mano trasparente e, infine, decorate da Ilaria, che è una brava illustratrice”.

Che distribuzione hanno questi oggetti, come e dove vengono venduti?
“Ho un circuito di negozi a cui vendo i miei pezzi, che pure sono tutti visibili sul mio sito, dove si trova anche l’elenco dei punti di vendita”.
Sono negozi di design, il circuito è di alto livello, piuttosto esclusivo, direi.
“Mi muovo in un territorio che è a metà tra arte e design. Chiamo i miei oggetti sculture funzionali. Considero il design puro una scuola, dove s’impara che un oggetto che costa 5 euro deve sembrare valere 1000 mentre il suo prezzo non dovrebbe superare i 10 euro. L’obiettivo è quello di spendere il meno possibile illudendo, però, il consumatore di un presunto alto valore”.

Un giudizio piuttosto radicale.
“Non amo il design, soprattutto quello degli ultimi 30 anni. Gli ultimi designer sono quelli della generazione di Enzo Mari e Achille Castiglioni. Dentro i loro lavori c’è una fortissima componente filosofica e sociologica. Quando ci si dà obiettivi sociologici, oltre al valore estetico, non si segue la moda ma che la si crea, senza assecondarla – quel che si è fatto, in effetti, dagli anni 80 a oggi.
Oggi non c’è più funzione – e viene dichiarato. Si pensi dei Joe Velluto, alla mostra FunCoolDesign in Triennale. Oggetti divertenti e alla moda – funny e cool, la promessa è mantenuta – ma del tutto inutili. Il design è ridotto a disegno, non ha alcuna funzione. Lo spremiagrumi di Philippe Starck, osannato guru del design internazionale, che è diventato mero marketing, è inutilizzabile, non ci si spremono le arance! Starck neppure progetta più, avrà uno stuolo di ragazzi nel suo studio che designano per lui che si limita a dire sì o no. Lui, nel frattempo, partecipa ai reality e vive di popolarità legata al suo personaggio”.

useDesign - Dolby (collezione Evergreen) di LucaScarpellini

Che nettezza. Il design è finito, dunque?
“Certamente no. Si fa un po’ di design nel Nord Europa – penso all’Olanda o alla Scandinavia”.
E in Italia, ci sarà pure qualcuno che meriti la tua stima? Ulian, Nichetto…?
“Con Nichetto ci conosciamo e sì, è bravo. In più, ha una ragazza scandinava, cosa che non può che giovare alla sua creatività [sorride, ndr].
Il problema di fondo, nel design, è la preparazione, la formazione. Oggi un designer non tocca un cacciavite. Quel che passa, nelle accademie e nelle università, è che il loro lavoro consiste nello stare la computer , disegnare e poi contattare aziende da cui ricevere royalty. Nessuno si pone il problema di una ricerca sociologica e artistica”.

Forse si finisce per sconfinare, il design diventa oggetto per gallerie d’arte. Non vivi anche per i tuoi pezzi lo stesso paradosso?
“Niente affatto. I miei sono tutti oggetti d’uso, anche quelli più ricercati. Ad esempio, il progetto Evergreen, che comprende due pezzi pensati per essere prodotti in serie. Uno è un impianto audio dolby fatto con due tazze da cappuccino e una caffettiera, con tanto di regolazione del volume e accensione ruotando la vite della caffettiera. Questo pezzo, che costa 288 euro, nasce da una riflessione sulla sindrome di Down e sull’osservazione del fatto che chi ne è colpito è un bambino che non cresce così che i due mondi contrapposti, quello dell’adulto e quello del bambino, convivono nella stessa persona. Così, un oggetto come questo contiene in sé due significati e il rimando a due mondi distinti ma avvicinati.
Questo pezzo era tra i tanti che ho portato al Macef. Un buyer americano mi ha proposto di produrlo in serie, snaturandolo: li avrebbero fatti in plastica con un calco! Mi sono rifiutato, naturalmente. Anche un buyer di un’azienda di Torino mi ha proposto di metterlo in produzione e, in questo caso, il prodotto era stato compreso nel suo valore. Niente plastica, piuttosto un circuito di lusso, fuori dall’Italia, su altri mercati.

Quali?
“Si pensava agli Emirati Arabi. Da Dubai a La Mecca, molti apprezzano un pezzo unico fatto a mano e di manifattura italiana”.
Una bella soddisfazione una circolazione estera.
“Veramente, mi piacerebbe di più che fossero gli italiani ad apprezzare i miei pezzi. I negozi di Milano sono quelli che vendono meno, segno che chi entra in un negozio di design cerca la marca nota, non l’oggetto in sé. Non c’è cultura dell’artigianalità, a differenza che in Germania o in Francia, dove il design autoprodotto è stimato come valore”.

Tu riesci a costruire tutti i pezzi da solo?
“Sì, sono diventato piuttosto abile con lavorazioni manuali e meccaniche. Certo, all’inizio chiedevo aiuto a vari artigiani, oggi sono autonomo”
Anzi, si allarga. Da maggio Luca Scarpellini si è trasferito a Milano e con il laboratorio a Sesto san Giovanni nello spazio – “molto berlinese nel concetto: si tratta di un grande open space dove artisti, designer e artigiani collaborano tutti insieme, e le contaminazioni sono una costante” – del Mage. “Mi avevano già contattato un anno e mezzo fa ma all’epoca non c’erano per me le condizioni economiche e personali per gestire un secondo laboratorio. Oggi, posso contare sulla collaborazione con un ragazzo che si occuperà, a Forlì, della realizzazione dei pezzi, così che io continuerò a ideare e fare qui, a Milano”. Quattro braccia e una testa, insomma, che si ritaglia uno spazio anche “per fare un po’ di marketing e pubbliche relazioni. E soprattutto, a Milano, tra maggio e agosto, studierò le nuove linee da presentare al Macef”. Qualche anticipazione? “Posso dire che due o tre materiali su cui lavorerò – anche se si tratta di sperimentazioni, quindi può essere che, in corso d’opera, ricalibri le intenzioni – ovvero cartapesta, cemento e stoffe di riuso trasformate e lavorate con materiali non convenzionali”. Sembra interessante. Appuntamento a settembre, dunque, per vedere cosa è uscito dal cappello a cilindro di Luca, raffinato istrione dal guizzo che lascia a bocca aperta.


www.usedesign.it

www.progettoevergreen.com

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  1. [...] si sporcano le mani e recuperano tecniche di falegnameria, intarsio, lavorazione del ferro [vedi Il design paranormale di Luca Scarpellini e Un design verde è fatto di piccoli numeri e oggetti recuperati. Parola di David Duzzi]. Molti [...]

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