Ecologia&Sostenibilità
21 mag 2012Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 0
Il recupero in tempo di crisi ovvero: micro-imprese resistono, Saisei di Giorgia Palmirani.
Splendide borse e teleria per la casa. L'esercizio è quello del recupero di vecchi tessuti, introvabili. Dalle tende militari agli esotici sacchi per il sake del primo 900, passione e fiuto resistono ai colpi della crisi.

Saisei - Borse con materiale di recupero


Questo è un pezzo un po’ diverso da quelli che pubblichiamo di solito o, meglio, il punto di vista è un po’ spostato, in conseguenza alla necessità di dar conto dei tempi che corrono. Del resto, guardare alle micro-realtà virtuose della creatività nostrana e ai tanti fulgidi esempi di design sostenibile, autoprodotto, fatto con materiali di recupero e processi a basso impatto, si accompagna, sempre più spesso, alla considerazione di quanto sia difficile gestire piccole imprese con produzioni di alto livello e destinate a una nicchia di pubblico spesso sensibile meramente alla griffe e non a sperimentazioni e novità con targhe sconosciute.

Quando alla freddezza del consumatore potenziale si aggiungono dilazioni di pagamento – che sono la norma tra i distributori – e magari ordini annullati – dopo che la produzione era già stata completata – si comprende come l’investimento può avere tempi davvero lunghi di ritorno.
Non era così che si voleva esordire presentando il lavoro, originale e raffinato, di Giorgia Palmirani, designer di borse e accessori moda, con il marchio Saisei, e di teleria per la casa, con quello Esercizi di stile.
Parlare di difficoltà non rende giustizia a una produzione ricercata, presentata ad ogni stagione a Milano, Firenze, Parigi, e distribuita in un circuito di negozi di alto livello.

D’altra parte, per lei, passato da architetto al lavoro nell’impresa di famiglia, specializzata nella lavorazione di pietre per arredamento, il salto nel vuoto con la moda risale a due anni fa ma non è ancora produttivo.
L’attività di Saisei, anzi, ha soppiantato quella di Esercizi di stile perché sul fronte del tessile per la casa era difficile fare numeri che sostenessero l’impegno produttivo. “Ho prodotto tovaglie e tovagliette personalizzate con frasi dell’Artusi, sacchi per la biancheria con bellissimi vecchi tessuti di canapa e cotone ma non sono riuscita a creare un circuito di vendita abbastanza solido”.
Una micro-impresa con collaboratori esterni e alcuni laboratori di confezione di Faenza – “un piccolo indotto, comunque” – sostenuto dalla volontà di realizzare cose “che piacciono a me” (e, pare, anche a qualcun altro) e con ciò di svoltare, trasformando la passione in una professione a tutti gli effetti.

L’operazione di Giorgia Palmirani si trova all’interno del grande ombrello del recupero, che torna insistente tra i designer presentati negli ultimi tempi, con ciò essendo, al tempo stesso, peculiare – lei stessa non trova emuli all’interno delle fiere dove è presente, dal nostrano Pitti al parigino TraNoi – e tanto sperimentato, in tante e riuscite varianti, nel design di pezzi d’arredo. “Riutilizzo materiale di cui vado a caccia nei mercatini, oltre ad avere qualche fornitore che mi avvisa quando ha tessuti che possono interessarmi. Uno, in particolare, con cui lavoriamo molto, vende pezzi dell’esercito e accessori militari. Mi vende tende enormi, 25 metri quadrati, con cui realizzo comunque pezzi unici perché sono uno diverso dall’altro, ma più standard: sono diventate la mia collezione primavera-estate”. Altre volte, viceversa, Giorgia realizza tirature limitate e limitatissime.
Ad esempio, è stata al torinese Byhand con pochi pezzi prodotti ad hoc.

Esercizi di stile - Tovaglia in tessuto recuperato


Quali sono questi tessuti rari, può farci qualche esempio?
“I sacchi di sake storici, ad esempio, utilizzati per filtrare il liquore. Ho commissionato ad un amico, che vive tra qui e il Giappone, l’acquisto di pezzi del primo 900. Sono splendidi, in canapa, colori che variano dal beige al nero, a seconda di quanto sono stati utilizzati, pieni di rattoppi, di macchie, di cuciture grossolane. Vissuti, insomma. Ne avevo già recuperati alcuni con cui ho fatto dei cuscini – esposti all’interno della mostra A house is not a home, presso lo spazio Gerra (www.spaziogerra.it). Con quelli che aspetto, farò quattro borse. Oppure mi capita di scovare vere chicche. Ho trovato un copriletto anni ’60 completo dei due scendiletto. È di ciniglia pesante, arancione, marrone, fucsia, con putti disegnati su uno sfondo psichedelico. Una bellezza assoluta, il trionfo del kitsch”.
Materiale parlante, come sempre, che spiace zittire: “”Alcuni tessuti sono così belli, al naturale, che non mi sento di colorarli, cosa che faccio per renderli più uniformi, meno caratterizzati, così che siano meno difficili”.

Meno difficili: in che senso?
“Spesso per i miei clienti è difficile capire che quel che vedono esposto, magari a una fiera dove porto pochi pezzi, potrà essere diverso da quel che riceveranno e che ho realizzato su commissione. Qui c’è un buco, la una bruciatura a seconda del pezzo di tessuto che si usa”.
Certo, bisogna saperle apprezzare borse così, di sicuro non passano inosservate.
“In Italia imperano marchi e griffe, che dettano il gusto, dall’abbigliamento all’arredamento, così siamo vestiti tutti allo stesso modo e abitiamo case tutte uguali. Così, le mie borse, fatte di un materiale non prezioso, non hanno prezzi contenuti perché le lavorazioni che subiscono sono impegnative”.

Un impegno difficile da quantificare.
“Il recupero va capito, serve una sensibilità educata. L’attività stessa richiede tempo e risorse. Poi, c’è il lavaggio – per le tende, che peseranno 70, 80 chili, devo ricorrere a costose lavanderie industriali – la confezione, artigianale, che appalto a laboratori specializzati, le lavorazioni di finitura. Cerature, impermeabilizzazioni, colpi di colore. Ad esempio, per la scorsa collezione ho sperimentato delle resine colorate da applicare a spruzzo sulla superficie esterna, che, col calore si gonfiano con effetti diversi”.
Il valore aggiunto è il materiale, i modelli sono semplici, quasi informi, da uomo e da donna.
Quel che si compra è l’unicità, l’artigianalità e il made in Italy. Per questo è più facile trovare acquirenti in Giappone o negli Stati Uniti, oltre che in qualche paese europeo. Oltretutto, all’estero pagano all’ordine, non come in Italia, dove bisogna anticipare di molti mesi. Spesso, però, il prezzo è un ostacolo, anche per qualche buyer del nord Europa. Il fatto è che bisogna investire molto, essere presenti nelle fiere e nei negozi giusti – poiché, spesso, anche questi sono un canale di visibilità”.

D’altra parte, Giorgia si sta organizzando per smerciare via internet i pezzi più singolari: il sito inglese boticca, specializzato in accessori, venderà le piccole serie preziose.
E la sua borsa, qual è?
“Le mie borse sono tante e tutte mie. Oggi ne porto una ricavata da una tela militare, trattata tipo muffa, ma tra quelle a cui sono più affezionata ce n’è una ricavata da una cartucciera degli anni 40 o 50 – non saprei dire. Bellissima”.


www.esercizidistile.eu
www.saisei.eu

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