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21 mag 2012Inserito in in: Ecodesigner 0
Seconda Linea. Quando il recupero
è bello. Anzi, un codice estetico.
Vecchie credenze, tavoli e persino materiali umili come assi o casse da imballaggio viene amplificata e si scopre quanto sono belli, pieni di armonia. Quando l'operazione di recupero, cui seguono smontaggio e riassemblaggio secondo nuove funzioni, è fatta con sapienza, il risultato è di raffinatissima eleganza.

Seconda Linea - La sala riunioni dello studio a San Donnino - Tavolo recuperato da carretto del mercato

Sorprendente recupero. L’operazione è – ed è il suo aspetto alchemico, magico quasi– capace non solo di restituire una funzione, spesso altra rispetto a quella originale, a oggetti dismessi e destinati alla discarica ma anche di svelarne l’attualità e l’eleganza delle forme, senza tempo. L’identità di vecchie credenze, tavoli e persino di oggetti umili come assi o casse da imballaggio viene amplificata e si scopre quanto sono belli, pieni di armonia. Recupero è eleganza. Raffinata eleganza è quel che pervade la ricerca e la produzione di Secondalinea, piccola realtà con base a San Donnino di Casalgrande, provincia di Reggio Emilia, creata da Giovanni Mazza e Francesca Dalla Costa.

Anni di pratica nel campo dell’immagine – formazione nell’ambito della grafica e della fotografia, con esperienze nella comunicazione d’immagine e nello styling – e, gradualmente, uno spostamento verso più concrete vita nuova di materiali e oggetti. “Siamo appena partiti”, spiega Francesca, che ci fa da guida alla scoperta di un metodo e di una poetica. “La matrice estetica è grafica per entrambi così la linea pulita, l’equilibrio tra i volumi, i colori, la cura dei dettagli sono fondanti. Pratichiamo una ricerca estrema per produrre il più semplice dei risultati”.

Producete voi i vostri pezzi?
“In questa fase, noi ci occupiamo di realizzare il prototipo, mentre la riproduzione è appaltata a una rete di artigiani. In carico a noi, naturalmente, anche la ricerca dei pezzi da recuperare.
Il nostro intento non è puramente ecologico: è vero, recuperiamo materiali e mobili ma l’obiettivo è la creazione di un linguaggio progettuale. Smontiamo gli objet trouvé, come amiamo definirli, e li rimontiamo con criteri inediti, dando loro una forma nuova. La Biennale, dove abbiamo esposto lo scorso novembre, è stato il nostro test. Volevamo verificare se la nostra lingua potesse essere apprezzata, se si poteva partire. Il nostro approccio contiene in sé la possibilità di una produzione sostenibile e, del resto, se si può fare, perché non farlo? Il concetto di recupero è interessante e ecologico.
Se è un’attività che porta a produrre, la produzione è sostenibile e dev’essere anche democratica, accessibile a un gran numero di persone, quindi contenuta nei prezzi. Al momento ‘ecologico’ significa ‘costoso’”.

Spesso, le piccole produzioni di design, ricercate nei materiali e nell’estetica e realizzate in serie limitata, sembrano più vicine a pezzi d’arte, anche per i prezzi proibitivi.
“L’arte è libera da una serie di elementi, quali la funzionalità e l’innovazione – che non è poco quando è un obiettivo. No, non sono le gallerie d’arte i nostri canali, anche se Sgarbi ha definito i nostri pezzi, esposti alla Biennale, delle ‘opere d’arte’. Il canale distributivo sono i negozi che vendono firme del design e che ci hanno chiesto di collaborare. Così, accanto a Kartell o Cappellini, ci sono i nostri pezzi, mescolati agli evergreen”.

Questo ci fa pensare che anche i vostri prezzi siano allineati, non è così?
“I nostri pezzi sono fatti a mano e, del resto, fatti in serie non avrebbero alcun sapore. È necessario fare una riflessione su quel che comporta realizzare piccole serie”.

Seconda Linea - Lo studio a San Donnino di Casalgrande

E riguardo la promozione, come vi state muovendo?
“La stessa presenza nei negozi è un buon volano, così come i contatti con le aziende e con gli architetti, con cui collaboriamo nella progettazione di interni, sul fronte decoro e arredo. Anche il passaparola funziona e il lavoro di styling fotografico. Ci è capitato di realizzare allestimenti per testate importanti, inserendo anche pezzi nostri, e il risultato è stato di averli venduti. Un servizio su Marie Claire, ad esempio, ha fatto sì che vendessimo due panche”.

E quanto costavano?
“Ognuna 350 euro. Nel fissare i prezzi, consideriamo quanto chiederebbe un artigiano per una produzione di una piccola serie di pezzi e aggiungiamo il tempo della ricerca. Per il momento, il nostro nome è poco conosciuto, quindi non aggiungiamo una quota per il marchio”.

Con quali materiali lavorate in prevalenza? in particolare, quale legno scegliete?
“Di recente quello che proviene dalle casse da imballaggio per il vetro di Murano di un’azienda nostra cliente da tempo. È abete. Acquistiamo da loro le casse e, oltre al legno, che è molto bello, recuperiamo anche i chiodi, che riutilizziamo dopo aver disassemblato le casse”.

Cosa fa la bellezza di questo legno?
“Ci si può leggere addosso il tempo. Può essere stato macchiato dalla pioggia o portare scritte e naturalmente teniamo sia queste che le macchie. È un materiale povero. Lo puliamo e trattiamo a cera, e tutto è fatto a mano. Anche questi trattamenti fanno il prezzo finale”.

Quali obiettivi vi date per il prossimo futuro?
“Senz’altro di allargare la rete delle collaborazioni per avere contributi sul fronte della produzione e poi riguardo il marketing in modo da realizzare l’obiettivo di una produzione ecologica a prezzi democratici. Finché i pezzi sono pochi, non c’era bisogno di farsi la domanda: come possiamo produrre? Verificando se si possa fare al giusto prezzo e in modo accessibile”.

E in questo momento, a cosa lavorate?
“Stiamo arredando due case e organizzando un evento sul tema del vetro, che comprende sia la progettazione della campagna di comunicazione che la realizzazione del set dell’evento. Allo stesso tempo, seguiamo il lavoro degli artigiani che progettano per noi tavoli, panche, consolle”.

La vostra sede, naturalmente, è tutta arredata da voi.
“Certo, ci siamo innamorati di uno spazio all’interno di una ex scuola degli anni Venti. Siamo un po’ esteti, ci piace l’idea di abitare un’altra dimensione temporale. È anche lo stile dei nostri pezzi, no?”.


www.secondalinea.it

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