Ecodesigner
14 mag 2012Inserito in in: Ecodesigner 1
Un design verde è fatto di piccoli numeri. E oggetti recuperati.
Parola di David Duzzi.
Oggetti dismessi, eterogenei pezzi vintage reinventati da un pirotecnico designer, scultore e allestitore, per dare forma a pezzi irriverenti e sognanti dal gusto paradossale e dissacrante. Vasche da bagno o sedie da parrucchiere, con tanto di casco, possono diventare comode sedute.

David Duzzi, Adagio


I miei progetti partono quasi sempre da materiale di recupero. da cose dismesse, buttate, dimenticate nelle soffitte. Si parte, quindi, da una cosa già esistente che ha già passato un ciclo di produzione e quindi di ‘disturbo’ verso l’ambiente”.

David Duzzi, pirotecnico designer, scultore e allestitore, firma di pezzi irriverenti e sognanti, nati dall’assemblaggio paradossale e dissacrante dei più eterogenei pezzi vintage – così, vasche da bagno o sedie da parrucchiere, con tanto di casco, possono diventare comode sedute -, è ben consapevole dell’impatto che la produzione di oggetti ha sull’ambiente: perciò, con molta coerenza, sceglie di allungare la vita di ciò che esiste, senza aggravarne il peso creandone ex novo. Nello stesso tempo, anche il recupero non è esente da vizi. L’importante è esserne consapevoli, come lui, del resto, dimostra di essere. Così, “usare detersivi per pulire il recuperato e vernici a basso impatto ambientale viene da una propria filosofia e da una propria esigenza vitale. In alcuni casi, però, è inevitabile utilizzare alcuni solventi altamente tossici”.

Scelto il pezzo su cui operare, si entra nel vivo della progettazione. Si parte riflettendo “sulla funzionalità. Un oggetto deve nascere da un’esigenza verso qualcosa, se non ne ho bisogno è inutile inventare o produrre qualcosa di nuovo. Ecco, allora, che funzionalità e innovazione vanno di pari passo. Nel mio caso, innovazione è anche semplicità: design è semplicità, trovare la soluzione più semplice possibile, passando magari per degli studi molto complessi. Anche questo vuol dire semplicità”.

Questa semplicità è per tutti, ovvero, ha un prezzo accessibile? oppure la democraticità non è un valore perseguito?
“Le cose che produco sono pezzi unici e frutto, a volte, di lunghi studi di progettazione, anche se l’idea nasce in un nanosecondo. Il lavoro implicato nel recupero dei materiali di scarto è lungo e faticoso, a partire dall’attività di pulitura per poterli riusare. Il buon design è frutto di studi approfonditi, di innumerevoli prove, di molte ore di lavoro in laboratorio, per trovare l’ergonomia, la forma giusta. Ci sono tanti designer improvvisati al mondo, quasi quanto sono i tombini..! Con il fatto che il mio lavoro consiste nella produzione di oggetti fatti esclusivamente a mano e tutti pezzi unici acquisisce valore”.

D’altra parte, si può qualificare come design ecologico, lo sente così?
“Direi di sì: la grande differenza tra il design verde oggi e quello tradizionale consiste nella produzione in larga scala. Sono i numeri il problema. I numeri si sa, inquinano.
“Il design verde in Italia è in parte una moda, basta guardare quel che si è visto all’ultimo Fuorisalone: recupero di materiale e orti ovunque. Da un lato, è quasi fastidioso vedere orde di gente che, ad un certo punto, si sente green. L’amore verso Madre Natura, verso la terra, ce l’hai dentro, c’è chi lo sente e chi no. Il timore, adesso che si sentono tutti un po’ green, perché va di moda, è che, nel giro di cinque anni, si sia dimenticato tutto. Credo si vedrà a lungo termine: se gli italiani hanno veramente voglia di tornare al naturale, a quello che ti dà la terra, alle cose che durano, perché, in fondo, è quello che ti rende la vita più bella.

David vede nella sostenibilità l’opportunità di una svolta epocale, un’esigenza prioritaria e irrinunciabile per l’intero settore, nel suo complesso.

David Duzzi, Huva


“Il design mondiale si dovrebbe fermare a riflettere un attimo quali sono veramente le esigenze dell’uomo. È l’economia, quindi produzione e vendita di massa di cose che si spaccano dopo un anno, oppure la necessità di avere un oggetto che sia duraturo nel tempo, che si passa di padre – o madre – a figlio a nipote, acquisendo, così, un vero valore? Ne guadagnerebbe anche l’ambiente. I miei oggetti nascono anche per questo, perché devono essere duraturi, come i mobili di una volta.

La durabilità impone criteri non eludibili, secondo David: “La scelta dei materiali è fondamentale per la durabilità di un oggetto. Non utilizzare vernici e solventi sarebbe ottimo, ma spesso inevitabile, com’è inevitabile l’utilizzo di macchinari elettrici che comunque inquinano, sia in fase di produzione che in fase di funzionamento. Bisogna, quindi, avere anche lì un occhio di riguardo verso la natura ed usarli con parsimonia. Personalmente, recupero il materiale nei mercatini, direttamente nelle discariche oppure nelle soffitte e nelle cantine degli amici. La discarica è sicuramente il luogo più adatto perché li, se sai cosa cercare, lo trovi di sicuro!”

Per quanto le certificazioni: costituiscono un valore e quali benefici – e svantaggi – hanno?
“Le certificazioni hanno pro e contro: da un lato, ti danno la possibilità di essere credibile; dall’altro, però, escluderebbero certamente una serie di materiali che potrebbero essere fondamentali nella produzione di un oggetto e, quindi, finirebbero per precludere la vendita di certi oggetti. Rischiano di diventare una lista di regole, anche economiche, da seguire, che non farebbe bene al riuso dei materiali: dunque, perché togliere la libertà a qualcosa che dovrebbe essere per tutti? Io non sono per i certificati, ci sarebbe sicuramente qualcuno che ci guadagna.

Per chiudere, vogliamo sapere quali sono gli obiettivi per quest’anno.
“Come obiettivo – non solo per il 2012 – mi sono posto di continuare a vivere in mezzo al verde come sto facendo da ormai 10 anni e aumentare la produzione del mio orto per raggiungere l’autosufficienza alimentare per me e la mia fidanzata. Per il lavoro che faccio vorrei riuscire a potermi permettere un laboratorio al chiuso per non dover lavorare al freddo e sotto la neve a -10C°”.
Senza dubbio, temprante. E come vendi i tuoi oggetti, attraverso quali circuiti distributivi? “Per la vendita delle mie cose ora sono da solo, dopo aver collaborato con l’equipe FREeSco per 10 anni in Toscana, aiutandoci a vicenda. In questo momento sto provando delle piattaforme di e-commerce, con scarsissimi risultati, a dire il vero, utilizzando a supporto il mio sito per accrescere la visibilità dei miei pezzi. In fondo, quel che mi piace di più è avere il contatto diretto con chi mi commissiona un lavoro o un oggetto. Così se ne parla e si progetta a quattrocchi. Il calore e la sincerità così si vede negli occhi”.


“http://www.daviduzzi.com

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