Ecologia&Sostenibilità
28 giu 2012Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 0
Disciplinare il design. L’ironia rigorosa e il rigore ironico di Discipline.
C'era proprio bisogno di un nuovo marchio di design? Pare proprio di sì, almeno secondo Renato Preti, che ha radunato fior fior di designer intorno a un progetto e a una volontà nuova. Riconciliare forma e funzione all'insegna della sostenibilità. Ecco Discipline.

Lampade Companion di Smith Matthias

Tag stool di Ichiro Iwasaki


“Mi piace unire l’utile al dilettevole”.
Così Renato Preti, esperienza di lungo corso nell’investment banking e private equity costellata da tappe di indubbio prestigio – partner fondatore, insieme al Gruppo Bulgari, di Opera, fondo d’investimento specializzato in italian lifestyle, direttore e deputy general manager della filiale inglese della banca d’affari Euromobiliare, direttore generale di Generale di Sige Capital Markets (Gruppo IMI) – spiega perché ha creato Discipline, nuovissimo brand del design italiano con prodotti distribuiti attraverso la Rete come all’interno di flagship store e franchising monomarca. Nel nome, la volontà di dettare un ordine nuovo, di fare pulizia, di ispirare rigore, persino.
Preti è recidivo. Nel 2008 aveva creato Skitsch, allo stesso modo marchio e incubatore di prodotti di giovani designer da promuovere attraverso la Rete e eventi ad hoc. In quell’occasione, l’esperienza per lui era durata pochi mesi – “divergenze con gli altri soci circa il sistema distributivo e, avendo solo il 20% delle quote, sono uscito dal progetto” – ma è stata utile. Oggi è socio fondatore di Discipline Srl – e “la responsabilità è tutta mia”, scherza.
Cosa caratterizza questo nuovo progetto rispetto a Skitsch?
“Una identità forte e spiccata che sostiene una collezione tutta fatta di materiali naturali e ecosostenibile. Le linee sono razionali e pulite, all’incrocio tra sensibilità vicine al design scandinavo e giapponese, corretto con salsa di pomodoro. Non vogliamo replicare il design scandinavo, ma ne apprezziamo le qualità di eleganza, semplicità, razionalità a cui aggiungiamo la cifra più squisitamente italiana”.
In fatto di design, abbiamo qualcosa da dire, noi italiani.
“Assolutamente. Però, senza voler essere noiosi né conservativi, abbiamo posto ai nostri designer paletti rigidi sui criteri di progettazione”.
Il gruppo dei designer è già corposo ed eterogeneo. Dal nostro Luca Nichetto e dagli italiani di adozione come Marc Sadler, dai popolari Ding3000, Philippe Nigro, o Pauline Deltour a virtuosi artigiani come Max Lamb e, in generale, a talentuosi che si sono già imposti a livello internazionale: Lars Beller Fjetland, Lars Frideen, Ichiro Iwasaki, Klauser&Carpenter, Claesson Koivisto Rune, Sibylle Stoeckli e SmithMatthias.
Con legno di frassino e rovere, bambù, vetro, acciaio e rame, sughero e pelle, hanno dato forma ad attaccapanni, portaoggetti, bottiglie e bicchieri, vassoi e orologi, lampade e ciotole, vasi e portacandele, e, ancora, una varietà di sedie e tavoli.
Perché questo progetto arriva ora e con questa connotazione?

Last stool di Max Lamb


“In questa fase storica, con la crisi economica che stringe, riemerge l’esigenza di valori veri, anche nel design. Scegliere soltanto materiali naturali, che non passano di moda, e recuperare principi autentici di razionalità, funzionalità e costo competitivo a guidare la progettazione, il peso di tutto questo viene rafforzato dalla crisi. Non è più tempo di cavalli con le lampade in testa. Non abbiamo più voglia ne di stupire né di materiali troppo artificiali”.
Campione di questo design è forse Philippe Starck, padre di un pezzo icona, lo spremiagrumi, che sembra, però, perdere la sua funzione – non ci si può spremere le arance.
“Forse si è creata una sorta di polarizzazione – da un lato, gli olandesi più in generale e non il solo Philippe Starck, che hanno avuto il grosso merito di immettere nella progettazione una nota di allegria, creatività e freschezza, anche se, in parte, si sono perse di vista la razionalità e la stessa funzione. Dall’altra parte, i fautori del design minimalista si sono arroccati nella torre della più radicale sobrietà”.
Come si risponde, allora, all’inconciliabilità delle due posizioni?
“Con un design di contenuto forte, come abbiamo detto, ma anche portatore di originalità e ironia. Si guardi la forma tonda dello sgabello, la sottigliezza delle gambe, l’utilizzo del bambù per un prodotto di lusso come xxxx, il colore. Per me questa è allegria, non si può ripetere all’infinito lo stesso divano con i piedini squadrati. Si è voluto replicare fondendo emozione e razionalità”.
E il pubblico che comprerà questi oggetti, qual è? Facendo una riflessione anche sul loro prezzo, questione che ci sta sempre a cuore.
“Vogliamo essere la Kartell dei materiali naturali, con un pubblico vario e trasversale. Penso che questi oggetti staranno bene dentro a bar, ristoranti e studi allo stesso modo, che possono ben intercettare una fascia ampia e trasversale di consumatori, grazie a un prezzo abbordabile che non omette di essere ricercato. Penso a quel pubblico e a quella popolarità.
E qual è il suo pezzo preferito, quello per casa sua?
Per carità, lei sceglierebbe tra i suoi figli? Questi oggetti li ho scelti tutti, uno per uno e mi hanno tutti fortemente convinto. Sono tanti e diversi, si applicano a diverse funzioni, arredano e emozionano.
Però, ci sarà pure un oggetto a casa sua con un valore particolare, un po’ totemico.
Sì, ma non è un pezzo d’arredo. È la fotografia di un asino su una barca scattata alle Eolie, il simbolo di una Biennale di una decina di anni fa. Inconfondibile, di Paola Pivi.


www.discipline.eu

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