Ecologia&Sostenibilità
28 giu 2012Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 0
Eco-nomia (degli sforzi) anziché eco-logia, la vera sostenibilità è efficienza.
Parola di Luca Macrì
A colloquio con un giovane architetto, Luca Macrì, per sentire sulla sostenibilità una voce un poco fuori dal coro. E se non fosse un obiettivo da perseguire a oltranza?

Sedia assemblata con giunti in plastica


Fuga con ritorno. E ricollocazione. Il percorso di Luca Macrì, architetto laureatosi al Politecnico di Torino, due anni a Seul, da professore e progettista titolato, è di quelli che procedono per strappi e, nella sua atipicità, un processo di maturazione rapido e non indolore. È lui a sintetizzarlo, agilmente: “Dopo la laurea, ho lavorato nello studio di architettura di Stefano Pugliatti – l’ex Elastico, oggi Elastico Spa – che resta tecnicamente il mio maestro di architettura d’interni. Nel senso che, ogni volta che ho un dubbio, penso a come la farebbe lui quella cosa. Sono stato due anni a lavorare con lui, mi sono occupato di architettura e di edilizia e, lentamente, è accaduto uno spostamento degli interessi e delle opportunità e alla fine di questo movimento c’è stata la fine dell’esperienza studio di altri – che funziona ma non ti sostiene davvero nell’affermazione di te come professionista – per aprire uno studio con altri, nella fattispecie due colleghi con cui eravamo diventati amici.
Poi è accaduta la Corea. La Dong Duk University di Seul cercava docenti per un anno, un anno e mezzo e avevo il profilo giusto. Laggiù, mi sono trovato, poi, a vivere una di quelle cose che ti capitano, nel senso che arrivano quasi per caso, e tu non realizzi subito bene l’entità del cambiamento. Ho avuto la fortuna di trovarmi in mezzo a un piccolo vuoto di potere dentro l’università, dopo sei mesi che ero lì, per cui ho potuto lavorare nello studio di progettazione d’interni dell’ultimo anno e di portare tutta una classe di studenti alla tesi. Esaltante. La collaborazione è finita dopo un anno e mezzo ma sono rimasto altri sei mesi, ricevendo incarichi anche fuori dall’università, come architetto e progettista. Poi, ho deciso di rientrare a casa.
Il tran tran della vita qui e, soprattutto, il dover ridimensionare le mie pretese, sono stati una vera botta, un bagno di umiltà. A Seul progettavo ristoranti e qui, a fine 2007, a 33 anni, ero solo un architetto di cui non fregava niente a nessuno e che doveva accontentarsi di fare le balaustre per lo stand della Maserati alla fiera dell’auto. Un bagno di umiltà ma mi ha fatto bene. Intanto ho imparato cose sull’esecuzione tecnica delle costruzioni e, poi, lentamente, ho ricominciato a fare progettazione. Due anni fa, abbiamo chiuso lo studio associato e ne ho aperto uno da solo. Ho sviluppato una buona attitudine ad andare in giro e a cercare collaborazioni, per cui non mi mancano i progetti a quattro mani. Nel frattempo, due giorni alla settimana lavoro alla Naba – progettazione d’interni – e altri tre e mezzo faccio progettazione d’interni – il venerdì mattina è la mia mezza giornata libera ma il sabato lavoro”.
E cosa fa adesso, al termine di una lunga decantazione di esperienze tanto eterogenee eppure del tutto coerenti? “Soprattutto disegno gli interni di appartamenti e uffici, oltre a occuparmi di grosse forniture. Disegno mobili ma perché il mio approccio agli interni è vicino all’insegnamento di Giò Ponti. I miei mobili sono elementi che modificano lo spazio, tagliandolo e disegnandolo tanto quanto le pareti. E così è iniziata la mia ricerca sul giunto”.
Che è quello che ci ha interessato, nel curriculum di questo architetto che nemmeno per finta si considera un designer: “La mia sedia non è stata disegnata, non mi sento capace e, a dire la verità, nemmeno mi interessa. A me interessa il sistema, il sistema di connessione è più interessante. Così, l’ho pensato e sviluppato come una cucitura. L’ idea di cucire i mobili è all’inizio di questi oggetti, e l’inizio risale ai tempi dell’università. Oggi l’ho perfezionata e il taglio delle lastre di legno è fatto al laser e i vari componenti sono uniti con semplici lacci gommati, nastri di silicone o fascette elettriche.
“C’è una quantità di letteratura sui giunti. Io non sono così bravo da considerare di aver segnato una tappa del design, né ho una cultura di falegnameria. Quella lì è la sedia pensata di uno che disegna al computer. Non ho cultura del materiale, lo leggo attraverso gli occhi della progettazione”.
Eppure, in questa collezione di mobili, così semplici, così diretti, ravvisiamo un elemento di sostenibilità. Come la intendi tu?
“Non credo alla sostenibilità, è dappertutto e in nessun luogo. In architettura si ragiona in termini di struttura e, senz’altro, non si può fare a meno di ragionare di principi di sostenibilità. Tutto ciò che è efficiente ed economico è sostenibile. Se aggiungiamo che, da quando ho iniziato a lavorare, mi sento ripetere che siamo in crisi, lavorare così è un imperativo. Parlerei, però, e mi sembra più interessante, di efficienza. Bisogna smettere di parlare di sostenibilità, non c’è più divisione, non c’è altro mondo possibile. La sostenibilità economica è quella che tiene botta, nessun cliente, mai, mi ha permesso di essere altrimenti che efficiente”.

Prototipo di sedia di Luca Macrì


Definizione interessante, che non di meno parla anche di ecologia. Quali sono i principi di questo metodo di lavoro?
“Di per sé il metodo migliore per essere sostenibili è l’ecologia del non lavoro poiché non fare nulla è l’unico, autentico modo di essere sostenibile. Un lavoro senza sprechi, in cui non si fa più del dovuto.
Viceversa, provo un certo fastidio verso l’ecodesign o la bioarchitettura. Se spendo 10 volte tanto per un mattone, non potrà mai funzionare. È un giochino di quattro persone che si lavano dal senso di colpa, non potrà mai funzionare. Ne verranno fuori quattro interni privi di formaldeide – fortunati loro – ma non cambiano il mondo. L’approccio eco-nomico-logico funziona di più”.
A cosa lavori in questo momento e quali sono gli obiettivi da qui a un anno?
“Oltre alla sopravvivenza, le mie ricerche vertono – da più di un anno – sul concetto di supremacy of the interiors, supremazia degli interni, ovvero su come la trasformazione sociale fa sì che gli interni diventino cuore del disegno delle città. Gli interni rispondono bene al cambiamento della società che va verso il più puro individualismo. Non esiste una governance forte che possa dettar legge, assistiamo all’incapacità, da parte dei poteri pubblici, di plasmare il volto delle città in un quadro coerente. Le città cambiano poco, in parte perché il tessuto urbano è molto sedimentato, quel che cambia è il potere dei singoli di cambiare il loro interno, interno che riflette il desiderio personale di cambiare, evolvere, trasformare forma e funzione. Dal banale ridare colore a una stanza alle trasformazioni funzionali più profonde, che denunciano, appunto, il passaggio dalla governance centrale alla polverizzazione e che si esprime in modo visibile, si vede all’esterno. Ad esempio, le trasformazioni di alcune zone della città, il modo in cui i quartiere cambiano volto. Un esempio, stra-citato, tanto che ormai è noioso parlarne, è san Salvario, a Torino. Fino a sei, sette anni fa, si trattava di una zona malfamata, oggi, invece, è il centro propulsore delle nuove tendenze metropolitane. L’amministrazione è intervenuta in senso passivo, per dir così, concedendo licenze, senza intervenire in modo attivo ma dando delle possibilità ai privati. Sono stati aperti locali nuovi, le case sono state trasformate riprendendo valore. La supremazia degli interni è quella degli individui invece che delle comunità, insomma”.
E il frutto della ricerca è un libro?
“Sì, sarà un volume della serie dei Quaderni di progettazione per i tipi Espress Edizioni, che spero di far uscire entro l’anno”.

Luca Macrì è presente alla mostra Leggerezza curata da Tomdesign aperta fino al 30 giugno (http://tomdesigngallery.wordpress.com/).
Il blog di Luca Macrì alla Aalto University
LAM, il sito di Luca Macrì

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