Ecodesigner
28 giu 2012Inserito in in: Ecodesigner 0
L’officina del design autoprodotto è al numero 42. Benvenuta!
Con Marcello Bonvini, curatore del nuovo spazio Officina 42, alla scoperta dei designer autoproduttori selezionati. Vecchie conoscenze e nuove scoperte all'insegna della sperimentazione e, al tempo stesso, del recupero di antiche tradizioni artigiane.

Collezione di porcellane di Ilaria Innocenti


Buone nuove per gli appassionati di design che possono aggiungere un punto sulla mappa dei luoghi da tener d’occhio. A Santhià ha inaugurato un outlet del design, con pezzi scontati di molti marchi, di livello medio e medio-alto. La vera chicca, che manderà in solluchero gli intenditori, è, però, il concept store che si trova all’interno e che seleziona il design autoprodotto e le piccole serie, Officina 42.
La curatela dello spazio è affidata a Marcello Bonvini, fashion designer e trend scout, che confessa: “Provengo da studi di moda e sul design ho un approccio un po’ snob per quel che riguarda quello industriale ma quando si parla di piccole realtà molto più facilmente sono affascinato dalle proposte”. È lui ad aver riempito i 900 metri quadrati di quella che vorrebbe fosse una bella vetrina per i designer in mostra, “una galleria più che un negozio. Ho scelto sulla base di questa impostazione, accostando differenti personalità per disegnare aree tematiche. Il difficile è comunicarlo al cliente e, dunque, punteremo su eventi, piccole mostre, vernissage. È complicato”, scherza Bonvini, “voler fare più di Rossana Orlandi stando a Santhià e, del resto, la parte più interessante è proprio comunicare, fare una bella mostra”.
L’outlet non è un richiamo sufficiente per intercettare pubblico interessato?
“Sì, però temo che avvicinarlo non sarà semplice. L’outlet non lavora ancora a pieno regime [ha aperto solo il 20 aprile, ndr] ed è difficile raggiungere il largo pubblico. Chi viene è un consumatore curioso ma non così esperto di design e in grado di apprezzare il livello, decisamente alto, di Officina 42 – abbiamo nomi che hanno esposto in Biennale. Se fossimo a fianco dell’Ikea di San Giulano Milanese [nella immediata periferia milanese, ndr], forse sarebbe diverso. Per adesso, il concetto non è ancora passato”.
Diamo tempo al tempo, per il momento ci racconti chi c’è e come è stata fatta la scelta.
“Officina 42 nasce come spazio di ricerca, dovrebbe funzionare per offrire anche il pezzo ricercato a chi all’outlet può acquistare mobili più convenzionali. Alcuni sono decisamente da galleria di design, altri più competitivi ma il filo conduttore è il fatto che si tratta di pezzi unici e prodotti di nicchia. Per chi è alla ricerca di un pezzo importante o particolare”.
Si è puntato sui giovani?
“L’età, a dire il vero, non è stato un parametro subito verificato. E per alcuni non vale proprio. Penso a Giulio Forte o a Massimiliano Adami. Si tratta di due artisti-artigiani arrivati, con tanto di curriculum”.
Abbiamo ospitato un’intervista ad Adami. Visionario e poetico.
“Certo, ma una poetica molto pop e contemporanea, non facile per un consumatore medio.
A mio giudizio, rappresenta uno dei casi, piuttosto rari, in cui il design acquisisce una dimensione artistica e comunica una sensibilità peculiare. In genere io credo che la moda, meglio del design di arredo, sia specchio dei tempi. Per questo la preferisco e, in effetti, il mio percorso professionale si muove all’interno del design tessile e del fashion design, in virtù del quale mi è stato chiesto di lavorare a Baxter, come consulente per la ricerca sui materiali e finiture. Fenomeni come Massimiliano Adami sono folgoranti eccezioni e converrà con me che un pezzo di Adami non ha niente a che vedere con uno, che so, di Cassina. Molto più vicino al mondo dell’arte nelle sue opere il design, cioè progetto, viene accompagnato da uno sforzo e capacità manuale per creare pezzi carichi di passione e sentimenti. Adami amalgama oggetti di scarto e di uso comune ,dallo spiccato gusto Pop, grazie a resine e silicone; plasma così nuove architetture/puzzle, ironiche e al tempo stesso drammatiche che rimandano al mondo del consumismo in cui , come le sue plastiche colorate, siamo irrimediabilmente annegati”.
Venendo a contenuti più nostri, la sostenibilità entra in questi lavori?
“In virtù del recupero dell’artigianato e delle tecniche artigiane, viste usare magari da nonni o nonne o nei luoghi di origine, direi di sì. Oppure, per altri, vale nel senso dell’utilizzo di materiali di riciclo, pur se le lavorazioni che subiscono possono essere ben poco sostenibili. Per riferirci ancora ad Adami, se la materia prima di base è di recupero, l’utilizzo di resine e materie di sintesi vanifica il senso ‘ecologico’ del progetto”.
Si tratta di considerazioni che, peraltro, lo stesso Adami non si nasconde [si veda Massimiliano Adami, la sostenibile leggerezza dell'autoproduzione].
Quali sono, dunque, i nomi?
“Vicino ad Adami – nel senso che si conoscono e si stimano – c’è Duilio Forte, italo-svedese che nasce come fabbro e forgia sculture che nel nostro caso sono sedie e tavoli e che in zona Ortica a Milano ha creato, recuperando una vecchia cascina, sventrata e rifatta con doppie porte a effetto sommergibile, boiserie, abbassamenti e aperture inedite e inaspettate, una fucina creativa dove è affiancato da una decina di ragazzi. Tieni lezioni al Politecnico sui materiali e le tecniche di lavorazione di legno e ferro e ha un gusto finnico, intriso com’è di mitologia vichinga – il suo simbolo è il cavallo di Odino, Sleipnir. Sostenibile per certi versi, meno per altri e, in ogni caso, demiurgo capace di dar vita a un universo parallelo in quel di Milano, che sforna, a seconda del momento, opere d’arte per la Biennale di Venezia oppure oggetti d’arredo e mobilio.
“Altri sono più spiccatamente attenti all’impatto ambientale delle loro creazioni. Gli Arsalitartes, ad esempio, un duo biellese che recupera le lane autoctone, altrimenti da smaltire come prodotto speciale, dai pastori della loro zona. Acquisiscono la lana in fiocco e filano e tessono il pelo singolo molto rozzo, ruvido – com’erano i calzettoni delle nonne degli anni 50 e 60 prima che iniziasse l’importazione massiccia di lane straniere, che oggi tutti i marchi storici della lana e del cashmere utilizzano in esclusiva – per creare pezze di tessuto con cui realizzano cuscini, coperte e grossi pouf. La tingono loro stessi con colori naturali – ovvero tutte le gradazioni del marrone, dal bianco sporco al beige – e lo stesso fanno con il cotone e la canapa autoctoni. Hanno persino lavorato un filato di mischia fatto con lana e cotone”.
Straordinario. E dove si sono formati?

Skylite, lampada di Piero Durat


“Hanno studi un po’ tecnici dato che la formazione è nel campo della moda e del design tessile e poi hanno frequentato vari laboratori artigiani per imparare filatura e tessitura”.
Anche attraverso questo blog, abbiamo scoperto molti giovani designer che si sporcano le mani e recuperano tecniche di falegnameria, intarsio, lavorazione del ferro [vedi Il design paranormale di Luca Scarpellini e Un design verde è fatto di piccoli numeri e oggetti recuperati. Parola di David Duzzi]. Molti erano presenti all’ultimo Salone del Mobile.
“Ho battuto Salone e Fuorisalone e scovato un centinaio di realtà interessanti. Spesso i giovani designer realizzano un prototipo sperando di trovare un’azienda che lo produca, anche in piccole serie. L’idea di Officina potrebbe essere proprio questa, domani, di trovare interlocutori aziendali per sviluppare delle serie limitate”.
Ottima idea, in grado di valorizzare il design giovane e creativo. Oggi, però, chi c’è ancora?
“Poi abbiamo Patrick Hubmann che ha creato un intero set di mobili da bagno – dalla vasca allo sgabello al porta panni allo specchio fino ai piccoli oggetti da toletta – in legno, utilizzando aste a sezione quadrata che sono state poi scavate per dar loro, all’interno, forma arrotondata.
Ha imparato la tecnica in una falegnameria trasferendola in un percorso di ricerca riguardo al design sociale. Lavora con Esterni ed è l’autore di moltissime installazioni per piazze e spazi pubblici. Adesso sta lavorando in alcune città portoghesi per rilanciare gli spazi in disuso all’interno dei quartieri con la collaborazione con gli abitanti. Organizza workshop di progettazione partecipata per decidere insieme come riqualificare gli spazi”.
Tutti autoproduttori, sinora. È vero per tutti?
“No. Ho notato che, tra i giovani, c’è una certa difficoltà a confrontarsi con uno specifico ambito artigianale, piuttosto si preferisce lavorare a 360 gradi con la più ampia varietà di materiali e tecniche, dalla ceramica al legno alla lamiera. Il designer sviluppa il progetto e si affida poi ad artigiani esterni. I più sensibili sono in grado di valorizzare gli artigiani del proprio territorio o di distretti peculiari. Ilaria Innocenti, ad esempio, che ha una sensibilità raffinata e sviluppa serie di motivi che vengono poi declinate sui più diversi supporti, dalla maiolica delle stoviglie – splendidi pezzi da tavola, ogni piatto ha una forma e un motivo grafico diverso, così che, sovrapponendoli quando si apparecchia, ne vengono splendidi caleidoscopi – alla lana dei tappeti fatti da tessitrici sarde con tecniche tradizionali, dal pouf al paravento. Una sola idea grafica molto forte sviluppa così un’intera collezione di oggetti per i diversi ambienti della casa”.
I giovani designer hanno proprio bisogno di qualcuno che faccia da ripetitore. Per quel che abbiamo constatato, non hanno uffici stampa e si affidano a quanti, come noi, presenta il loro lavoro – anche se le pubblicazioni sono naturalmente estemporanee.
“Beh, con alcuni ho fatto un vero e proprio lavoro da pr, mantenendo un contatto costante, spingendoli e motivandoli perché fossero presenti”.
Avremmo detto che non se lo sarebbero fatto ripetere due volte.
“Bisogna considerare che alcuni hanno pochi pezzi, faticando a produrre in proprio per i costi che comporta. Equilibri fragili.
Tornando ai nomi, ci sono anche designer stranieri che hanno studiato e adesso lavorano qui, come Amir Alizade che, ad esempio, vende la sua collezione di tazze nel bookshop della Triennale. Ancora, lo studio Ctrl Zack, di un duo, Thanos Zakopoulos, greco, e Katia Meneghini, italiana. Sono apparsi su Vogue uomo con una collezione di porcellane, Ceramix, che univa, in ogni singolo pezzo, una metà cinese ming e l’altra metà lefevre. Uno dei più bei progetti degli ultimi anni, a mio parere, piaciuto a Seletti che ha deciso di produrlo in serie con la collezione Hybrid.
Ancora, Piero Durat, orchestratore di eventi, summit e conferenze per grandi aziende e multinazionali, si è lanciato con passione nella progettazione e realizzazione dei propri oggetti di design: complicati dal punto di vista produttivo e sicuramente d’effetto dal punto di vista scenografico. Tanto da aver emozionato Ridley Scott che ha scelto un prototipo di lampada per l’allestimento di una scena nel suo ultimo film, di fantascienza: Prometheus.
Infine, Alhambretto, giovane duo di designer che sta lavorando con materiali insoliti come la tela cemento a presa rapida e presenti al Padiglione Italia nello spazio Ventura Lambrate, durante l’ultimo Fuori salone del mobile.
Ecco, come si vede le anime sono tante, differenti, si può spaziare secondo tante direttrici e tante sensibilità”.
Anime che rappresentano bene il fermento che, crediamo, percorra – in parte sotterraneo, forse, come un fiume carsico – il mondo del design.


www.designoutletitaliano.com
www.arsalitartes.com
www.atelierforte.com
www.massimilianoadami.it
www.ctrlzak.com
http://pierodurat.blogspot.it/
www.ilariai.com

http://www.amiralizade.com/

Related Posts

Leave a Reply