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28 giu 2012Inserito in in: Ecodesigner 0
Progettare contro e con. Partecipazione, critica e costruzione a partire dal rifiuto (che rifiuto non è).
Controprogetto è l'esperienza di quattro giovani designer artigiani e di un laboratorio, nato nel quartiere Isola nel 2003, e diventato, negli anni, studio di progettazione e fabbrica artigiana per pezzi e ambienti all'insegna del recupero intelligente e raffinato.

Esagoni by Controprogetto


L’università può essere un periodo fertile. Incontri, voglia di sperimentare e tempo per farlo diventano allora germi di una genesi straordinaria, un progetto di auto-imprenditorialità di spiccata personalità e tratto marcato. Dietro alle parole di Valeria vibra la volontà di quella dozzina di studenti che nel 2003 costituì un’associazione che, all’interno della Stecca degli Artigiani (spazio poliedrico all’interno del Quartiere Isola, ex fabbrica assegnata agli artigiani e contenitore di esperienze associative, culturali, politiche, artistiche), espresse, all’interno di un laboratorio, la spinta a sperimentare e fare con i materiali e le tecniche artigiane.
Oggi, di quel gruppo, non restano, oltre a lei, Valeria Cifarelli, architetto, che tre membri: Davide Rampanelli e Alessia Zema, entrambi designer e Matteo Prudenziati, laureato per caso in giurisprudenza e virtuoso del ferro con ottimo gusto e manualità. Ognuno ha la sua specializzazione nella versatilità delle funzioni: Matteo si occupa di ferro e di saldatura; Valeria di progettazione di interni, aggiornamento del sito internet e taglio dei pannelli; Davide di network, partecipazione e modellazione 3d; Alessia di composizione dei mosaici e patchwork e della gestione dei network sociali.
“Controprogetto è un nome che vuole alludere sia al nostro modo di intendere il design, alternativo e di rottura rispetto al mercato attuale, che al rifiuto del progetto urbanistico che ha investito il quartiere Isola, cui abbiamo reagito lanciando un’esperienza di progettazione partecipata – il cui fallimento ha segnato anche la fine di un luogo come la Stecca degli Artigiani. L’idea, poi, è nata sotto la pressione dell’esperienza di Davide a Weimar, dove ha studiato per un anno come studente Erasmus, e all’approccio pratico al disegno industriale che ha voluto prolungare al suo rientro”.
Valeria, Alessia, Davide e Matteo, nel solco di un filone che abbiamo imparato a conoscere, recuperano. Per usare le parole del manifesto che si trova sul loro sito: “Come altri creativi della nostra generazione siamo cresciuti in un mondo di abbondanza che ha inventato il rifiuto, la spazzatura. Una categoria della mente che ha invaso lo spazio della materia. Non abbiamo mai condiviso il piacere di sprecare risorse solo perché ce lo si può permettere.
La nostra è una reazione, istintiva e naturale a qualcosa alla quale non trovavamo senso. Per questo il nostro nome è Controprogetto. Dalla critica bisogna immediatamente arrivare al progetto. Siamo artigiani, non ci accontentiamo di lamentarci delle cose che non ci vanno bene, Progettiamo, proponiamo, costruiamo.
Questo è il potere e la cultura del fare”.
Così, gli scarti sono pezzi di storie che bisogna ascoltare, sporcandosi le mani, inventando sensi nuovi.
Nel 2007 la Stecca è stata abbattuta e i quattro giovani designer autoproduttori hanno dovuto spostarsi di sede in sede fino all’approdo definitivo, nel 2009. “La ricerca ha richiesto mesi e, alla fine, si è conclusa con l’approdo in via Tertulliano 70, zona sud di Milano, all’interno di un ex complesso industriale, dove abbiamo come vicini altre realtà giovani e creative”, prosegue Valeria.
“Gli artigiani ci hanno aiutato molto, all’inizio, anche donandoci degli attrezzi. Il primo incarico è stata la progettazione del parco giochi di un orfanotrofio in Kosovo. Abbiamo fatto una ricerca per recuperare il materiale in dono e lavorato con modalità di progettazione partecipata. Uno splendido progetto, amiamo molto il lavoro su uno spazio pubblico”.

Credenza Argentina by Controprogetto

“La progettazione di spazi pubblici è una quota di circa il 20-30% del totale del lavoro e dipende, in prevalenza, da committenti come cooperative e associazioni. L’ultimo è stata una parete da arrampicata nel giardino della comunità terapeutica Dianova onlus di Garbagnate Milanese e prossimamente realizzeremo uno scivolo negli spazi dell’ex Fadda – oggi polo espositivo – a San Vito dei Normanni, in Puglia. Per il resto, facciamo progettazione di arredi, singoli pezzi o interi ambienti. Ancora, realizziamo allestimenti per il circuito della moda, set fotografici, allestimenti temporanei in genere”.
A cosa lavorate adesso sul fronte dell’interior design?
“Stiamo realizzando gli interni per un locale milanese, il ‘Pandenus’”.
Tutti i pezzi sono ottenuti, cifra stilistica e filosofia progettuale, a partire da materiale di scarto.
Come vi procurate il legno, il ferro, le grafiche, le insegne che utilizzate?
“I canali spaziano dagli eventi fieristici alle imprese che fanno ristrutturazioni, a una rete di architetti che sanno cosa cerchiamo e ce lo fanno avere”.
Quel che esce dal vostro laboratorio è bellissimo, molto raffinato. Probabilmente sarà anche piuttosto costoso.
Quanto costa un vostro tavolo?
“La forbice dei prezzi è molto ampia, da 800 fino a 3.000 euro, tenuto conto delle dimensioni, dei materiali impiegati, il tipo di lavorazione – alcuni hanno il piano, fatto a mosaico, composto da pezzi piccoli e piccolissimi di legni di diversi colori – e delle finiture – ad esempio, se c’è resinatura il prezzo sale perché la appaltiamo all’esterno. Di fatto, ogni prodotto è un pezzo unico e un progetto ad hoc”.
Il fatto che il vostro diventi un prodotto d’elite non è in contraddizione con le premesse di un design controcorrente?
“Il discorso è complesso. Dietro il nostro lavoro c’è l’artigianalità di tutte le lavorazioni, elemento che l’acquirente dimentica. Un prodotto industriale non può e non deve avere lo stesso prezzo. In seconda battuta, i nostri sono davvero pezzi. È vero che, di conseguenza, una sedia può costare dai 100 a 300 euro, a seconda della manodopera che richiede il recupero. A volte bisogna reintegrare le sedute, altre anche la struttura, con interventi più o meno complessi e laboriosi.
Terzo e ultimo, spesso lavoriamo a budget. Chi sposa la causa del recupero dal punto di vista estetico e etico – in quanto gesto che promuove un design sostenibile – oppure ama l’idea del pezzo unico, realizzato artigianalmente, deve secondo noi, realizzare l’obiettivo. Se occorre, semplifichiamo progettazione e realizzazione ma stiamo all’interno di una cifra preventivata. Ancora, alcuni clienti si occupano delle rifiniture, tipo la verniciatura finale. Lo apprezziamo molto, per noi quel che conta è il contatto diretto con il cliente. Il catalogo c’è e lo abbiamo fatto ma quel che ci piace e funziona è il rapporto con il cliente, la possibilità di aggiustare gli interventi volta a volta”.
Attraverso quali canali vi promuovete?
“L’unico investimento è il Fuorisalone, che, negli anni ha prodotto senz’altro ritorni interessanti. Poi la comunicazione è affidata a internet e alla visibilità che viene da certe committenze. Aver ridisegnato gli interni del Baobab, studio fotografico molto conosciuto in città, oppure i tavoli del Frida, locale popolare dell’Isola, produce nuove committenze. E anche le pubblicazioni, che arrivano, senza avere un ufficio stampa. Un bel risparmio”.

www.controprogetto.it

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