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30 lug 2012Inserito in in: Ecodesigner 0
Design come occasione e incontro
- con un mondo ludico e sorprendente.
Quello di Jaim Telias.
Una chiacchierata con un designer ambizioso, Jaim Telias, ebreo cileno trapiantato a Roma. Tanto pragmatico negli obiettivi quanto raffinato nella concezione di oggetti allusivi, densi di rimandi letterari e filosofici, di simboli e di forme non banali. E persino simpatico.
Boolean plate – design Jaim Telias

Non si vuol dirlo concettuale, il design di Jaim Telias, perché, definirlo così, susciterebbe un’idea, sbagliata, di algida astrazione. Piuttosto concettoso, nel senso che si usa per un certo barocco/usato da un certo barocco?, a indicarne la densità di pensiero e il dialogo costante dei pezzi con una dimensione mentale e immaginifica. Barocco il design di Telias lo è, nei termini in cui la forma non è data una volta per tutte ma ricreata a partire da pezzi da assortire in un montaggio volta a volta diverso – come nella libreria portaoggetti Caramelos – oppure intaccata, nella sua geometrica politezza, e suscettibile di venir sfaldata, e deformata, in un gioco distruttivo che riporta a uno dei piaceri più soavi dell’infanzia (quando si poteva rompere i propri giochi per vedere cosa c’era dentro, con mamme e zie ammirate dalla nostra vivida curiosità) – come nella lampada Lior N°2.
Classe 1980, Jaim Telias è cileno ma vive a Roma da qualche anno.
Complice una mostra sui giovani designer suoi connazionali, che presenta anche i suoi lavori, che dall’ultimo Salone si sta spostando e sarà a Londra prossimamente, gli abbiamo proposto una chiacchierata sui temi che ci sono cari. Prima di avventurarci sul fronte della sostenibilità, però, un passo indietro e una domanda di pura curiosità.

Come mai ha scelto l’Italia?
È una risposta piuttosto articolata, sintetizzando: sono nato in Cile e, all’età di due anni, i miei si sono trasferiti in Israele; quando ne avevo 10, i miei sono tornati in Cile; a 18, sono tornato da solo in Israele per studiare disegno industriale e lì ho conosciuto mia moglie. Al termine degli studi, volevo fare un master in Europa e così, come condizione, mia moglie, che invece avrebbe voluto rimanere in Israele, mi ha imposto di farlo a Roma perché lì vive la sua famiglia. Avrei voluto fare architettura ma sarebbero stati altri cinque anni e io ero già sposato e, quindi, ho optato per un master.
Nel frattempo, ho sempre lavorato. Facevo il commesso e l’insegnante. Sono uno work-aholic, un ipercinetico. È stato un problema da bambino. Adesso è uno strumento per lavorare. Il design mi viene bene perché non è statico ma si fa, con le mani. Ho bisogno di stare sempre impegnato, di produrre. Se devo fare qualcosa per bambini, devo immergermi nel loro mondo.

Il suo era un master in che cosa?
In Interior design, allo Ied di Roma. Ho avuto una borsa di studio e, completatolo, subito sono entrato nello studio Fuksas. L’ho fermato per strada. Mia moglie sapeva dove prendeva il caffè, lavorava in un negozio davanti al suo bar abituale. Una mattina mi ha avvisato e io, con il mio book, mi sono presentato. Gli ho detto: ‘Salve, architetto, voglio cominciare a lavorare da lei, anche pulendo i pavimenti”.
Era un venerdì. Il lunedì seguente ho fatto un colloquio e il giorno dopo, martedì, ho iniziato.

Non come addetto alle pulizie, vero?
No, certo! Seguivo il progetto di una scala nel concept store di Armani a New York. Mi occupavo solo della scala, che ho voluto inserire nel mio portfolio. È mia, anche se la firma è di Fuksas.

Ci sono tanti richiami al mondo dell’infanzia nel suo design.
Sono papà di una bambina splendida, che ha quasi tre anni ed è stato fantastico crescerla. Le scoperte e le sue ‘prime volte’, gli odori, le texture, i rumori, quel che lei ha scoperto, io l’ho, a mia volta ricreato come esperienza. La prima volta è un’esperienza straordinaria, anche nella semplicità delle azioni quotidiane. Il profumo del limone. Lo abbiamo tagliato insieme e lei lo ha sentito, a un certo punto, e io insieme a lei.

Anche il design è una scoperta? Forse per questo i suoi pezzi sono così sorprendenti, come se sfidassero la nostra capacità di meravigliarci.
Mi sono buttato sul design, veramente, solo un anno fa, in occasione del Salone del Mobile. Giusto un anno prima avevo creato una lampada in polistirolo, fatta perché la si gratti [allude a Lior N°2]. Sono giovane e voglio prendermi il mio tempo, senza fretta, per crescere piano in questo mestiere.
Oggi è molto di moda l’auto-produzione, l’art&craft e, se la si gioca bene, si può bucare lo schermo dell’anonimato, fare capolino, diventare popolari ma si rischia fatalmente di sparire. Ogni volta che vedo una cosa molto bella fatta con una tecnica molto nuova, mi chiedo se è frutto di una ricerca o se è un colpo di fortuna.

Per il momento cos’ha imparato?
Che mi piace l’imperfezione. Non ho ancora trovato uno slogan mio, un repertorio di frasi, o anche una sola (sorride). Più si cresce, più si capisce cosa non ci piace. Siamo come scienziati pazzi, si mescolano cose tra loro, si fanno esperimenti. So quali materiali mi piacciono, però. Quel che cerco è l’equilibrio fragile di più cose che dipendono l’una dall’altra. E l’interazione, il gesto. Grattare una lampada in polistirolo, ad esempio. Dietro che l’idea che possiamo far parte di qualcosa, che c’è interazione. Non mi piace che gli oggetti siano irraggiungibili, di là, separati da noi.

Si sente una provocazione sottile, nei suoi oggetti, pungolano chi li guarda.
C’è un libro, Aleph, di Borges. Lì c’è il senso del 3 come numero che ho ripreso nel vaso Alef che non è solo vaso, ma insieme vaso, ramo e libri. È necessario guadagnare un equilibrio tra vaso, ramo e libri perché l’insieme funzioni.

Suggestivo.
Quello che sto facendo adesso è metterci meno arte.

Come si vede tra qualche anno?
In tutta sincerità? Voglio fare tanti soldi e avere uno studio mio, pieno di materiali e di possibilità. È difficile cominciare oggi, una volta di più perché il design è diventato veloce, rapido a consumarsi, come la moda. È difficile collocarsi, con uno stile proprio. Quello a cui aspiro è che domani chiedano di me pensando a un certo linguaggio e a una storia peculiari e non imitabili. È difficile, tocca fare mostre e esporsi in continuazione, senza sosta.

L’ultima volta quando?
Al Fuorisalone, in zona Tortona, con la lampada Alè.

Splendida. Una lampada composta di moduli di legno con una parte ricoperta in plastica dorata. Com’è nato un pezzo così?
La verità? Mi dicevo: come faccio con il design? Devo attirare l’attenzione e, una volta fatto, proporre il mio design.

Che pragmatismo.
Doveroso. Così, ho pensato che la prima cosa era di provocare qualche designer affermato ma non mi è riuscito.

Cioè?
Ho chiesto a Marteen Baas [che nel 2004 ha bruciato 25 pezzi icona del design, ndr] se potevo bruciare dei pezzi suoi ma non mi ha risposto.
Lo scorso febbraio, a Stoccolma, si è tenuta la mia prima mostra – prima del Fuorisalone, la prima è questa. Il progetto era di creare una sedia nuda. Così, mi sono fatto fotografare, da un amico fotografo, nudo su una scatola di cartone e, poi, lavorando la foto, la scatola è stata tolta: The naked chair, s’intitola il risultato. Abbiamo ben comunicato la cosa e ne sono usciti pezzi in cui si parla di nuove tecnologie e di realtà virtuali, cose che spariscono e bla bla bla. La foto è stata usata anche per una mostra a Zurigo. Ho tolto il riferimento sul mio sito dopo aver ricevuto una foto via sms in cui un tizio si era fotografato nudo e mi diceva che il mio design gli piaceva molto. Non era il messaggio che volevo comunicare.

Lampada Alé – design Jaim Telias

Altro tentativo: copiare qualcosa – dato che niente si inventa. E così ho pensato al modulo in tessuto rigido, Cloud, dei fratelli Bouroullec, che si compone a creare pareti divisorie. Ho creato una lampada che ho chiamato Like cloud copy paste plus light. Lo stesso modulo utilizzando un altro materiale e assegnandogli un’altra funzione. Stavo dichiarando la fonte, insomma. Dato che giocavo onesto, ho scritto ai due designer per avvisarli che avrei esposto il pezzo. Mi hanno risposto che avevano avvisato l’azienda produce Cloud, perché non potevano passare sotto silenzio la cosa. La compagnia mi ha diffidato dal continuare.
A quel punto, mi sono detto: ho già cambiato materiale e funzione, cambio la forma e questo oggetto è cosa nuova, altra. Così, nel passaggio da un esagono a un pentagono, è nata Alè. Una lampada modulare – i moduli mi piacciono, li puoi unire e puoi montarli come vuoi – in legno con una parte fatta del metallo sottile che si utilizza per i trofei, tagliato al laser, che riflette la luce e non indebolisce il materiale a cui si appoggia.
Alé vuol dire foglia in ebraico. Al di là della vicenda Cloud, è un lavoro nato da una ricerca molto approfondita, come mi piace fare sempre – sono un leone, quindi, ho un ego molto forte, non voglio copiare nessuno ma impormi per me stesso. È auto-prodotta e tale rimarrà.

L’auto-produzione è il suo indirizzo?
Sì e no. Lo scopo è sempre quello di diventare famoso e adesso funziona molto il pezzo da galleria, spinge molto. Il fatto che Alè sia stata esposta da Rossana Orlandi è quel che mi serve per far girare il mio nome. Con la popolarità nascono le collaborazioni. Non mi importa di venderla, dev’essere vista il più possibile – e nei posti giusti. A lungo termine, l’obiettivo è di stare nel punto a metà strada tra l’auto-produzione e il disegno industriale.

E qual è il punto? Un designer e una équipe di artigiani?
Sì, molto simile all’impostazione di Ingo Mauer.

El Castillo – design Jaim Telias

Ci racconti dell’ultima creazione, El Castillo: cos’è?
È un progetto ancora in evoluzione, anche se, per l’ultimo Salone, ne ho presentato una prima versione.
Ancora imperfetta, dunque, ma, appunto, l’imperfezione mi piace, mi fa sentire più a mio agio. È come stare con qualcuno e vedere, prima di fare l’amore, che è imperfetto. Ci si sente meglio con le proprie imperfezioni, no? El Castillo è nato come un gioco, un castello che gioca con il dentro e fuori.

Un gioco di moduli?
Fino a un certo punto, si tratta di opzioni controllate. Ci sono moduli principali e sotto-moduli e altri ancora più piccoli. Si gioca su vari livelli di dentro e fuori, gioca con il privato, con l’estetica delle cose perché spinge a riflettere su quel che ci si vuol mettere dentro poiché quel dentro è visibile e, dunque, non smette di raccontare quel che succede.

E in prospettiva, cosa accadrà del progetto?
Confesso di avere rallentato, negli ultimi tre mesi. Da sempre odio quel che ho già fatto, e sempre voglio fare cose nuove. Ma è immaturo e su questo devo maturare. Così, devo riprendere El Castillo e il prossimo passo – ti regalo uno scoop, questa è un’anteprima – è concentrarmi sul fuori, offrire questo oggetto al vento, inserendo delle pale che lo rendano visibile.
Questo pezzo può essere sia prodotto industrialmente che secondo un modello art&craft. Dove serve la tecnologia, si può introdurre la produzione industriale – come nei vassoi Boolean plates – ma è il rapporto con chi lo usa che è del tipo che si instaura con l’auto-produzione, che è imperfetta e aperta. Succede qualcosa dopo, non c’è compiutezza.

Per questo piace?
Senz’altro ma, allargando lo sguardo, credo che l’art&craft sia una tappa, una forma per resistere alla concorrenza delle industrie cinesi e non occidentali. Si torna a quel che eravamo prima, con gli artigiani che facevano uno i mobili, l’altro i bauli.

L’auto-produzione è anche riscoperta di un design sostenibile.
Le cose hanno bisogno di identità. Per esempio, io sono ebreo e, poi, cileno e israeliano. Entrambi, al punto da non sapere se sono più cileno o più israeliano, a volte l’uno, a volte l’altro, direi. Però sono ebreo, questo sempre. Mi piace l’art&craft perché significa ricoprire una forte sperimentazione e la sperimentazione è buona.
Si va verso identità collettive, design scandinavo piuttosto che italiano o cileno. Un elemento forte dell’identità cilena è il legno e la direzione viaggia appunto a metà tra auto-produzione e industria.

E nella scelta dei materiali, scegli in base al fatto che siano naturali o ecologici..?
Inizialmente ho scelto il materiale in base alla possibilità di assecondare il fine che mi prefiggevo: vedi la lampada di polistirolo, che è tutto fuorché ecologica! L’intenzione era di riproporre il piacere di grattare il polistirolo, che mi è sempre piaciuto. Ho pensato al concetto e non al materiale ma, col tempo, mi sono reso conto che nel mio sub-cosciente c’è un’attenzione al sostenibile più che all’ecologico.
Credo che sia il tempo la variabile, quello che dura di più nel tempo. Spesso sono proprio i materiali non ecologici a essere i più durevoli. Il tempo entra nel design e anche il tema dell’identità.
All’opposto della filosofia Ikea che ti vende mobili a tempo: il tuo divano, la tua cucina, dopo due anni, per come sono fatti, saranno da cambiare. Ancora di più l’elettronica ci abitua a tempi di sostituzione vorticosi. Il meccanismo economico che si genera è ottimo ma si perde d’identità, non si interiorizza niente. È come la moda, come gira il vento, cambia con le stagioni. Viceversa, un mobile che cresce con te e divide con te un’identità è quello che mi piace. Non finisce lì, come i giornali.

Il tempo, dunque, è la parola chiave.
Sì. Sui materiali si può discutere, anche se ci sono aspettative. La plastica ha i suoi pro ed è funzionale, dipende da come viene usata. Ha la qualità di durare così tanto che se faccio bene un oggetto in plastica dura una vita. Molto più sostenibile del legno mescolato alla colla dei mobili in truciolare!

Prossima mostra e prossimi pezzi?
Non so ancora quando li presenterò ma sto lavorando a una lampada e a un set di specchi.

Vulcanico.
Lavoro sette giorni su sette, dalle 5 del mattino alle 5 del pomeriggio. Non faccio solo il designer ma vado un po’ avanti ogni giorno. Oggi ho fatto uno schizzo per una cosa che mi piacerebbe fare in marmo. Ripensando alle scaffalature bucherellate che si usavano nei garage, mi è venuta l’idea di un mobile in marmo ripetendo un modulo…

www.jaimtelias.com
www.bouroullec.com

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