Ecologia&Sostenibilità
06 ago 2012Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 0
Sperimenta, indaga, ricerca.
La ricetta (anti-crisi) della sostenibilità firmata Marchingenio.
Un percorso coerente e ad ampio orizzonte. Marchingenio dal 2007 è uno studio specializzato e, al tempo stesso, capace di spendere professionalità altissime sull'intera filiera dello sviluppo progettuale, dal paesaggio all'ingegnerizzazione del prodotto, passando per l'efficienza energetica, nell'avanguardia costante sul fronte della sostenibilità.

Progetto di ampiamento scuola superiore, Scanzo - Marchingenio


Un laboratorio di sperimentazione, tra architettura e design, anzi, da una all’altro e oltre, dal paesaggio all’oggetto senza soluzione di continuità, all’insegna di un approccio integrato che sappia tradurre la ricerca in innovazione sostenibile. Questo è Marchingenio, nato nel 2007 da un’idea progettuale nata in seno al Politecnico, dipartimento Indaco, e finanziata da Regione Lombardia. Oggi, a distanza di cinque anni, una messe di premi e riconoscimenti, frutto della capacità di avere recuperato e riqualificato a basso impatto o aver progettato ex novo spazi pubblici e privati in classe A+.
Marchingenio lavora con enti pubblici e aziende, è consulente di diverse camere di commercio estere, dal Brasile all’India alla Cina dove nel 2013 terrà a battesimo un incubatore che farà da start-up di innovazione e di progetto; ha creato la piattaforma green innovation per lo scambio di buone pratiche; ha avuto il premio Best del Politecnico e quello Eurosolar, promosso dalla UE, per la prima scuola in classe A+ in Italia.

Il pretesto per fare due chiacchiere con Massimo Mandarini, green director e coordinatore della squadra di sette professionisti “molto specializzati”, è il prossimo Made, dove Marchingenio presenta un edificio che, a piano terreno, è uno spazio ludico, un kindergarten, che verrà donato a uno dei comuni emiliani nel cratere del terremoto e, a quello superiore, uno spazio che vuol essere “un nuovo modello di green housing a misura di bambino, che realizza l’avanguardia in fatto di sostenibilità energetica, ambientale e sociale, uno spazio versatile, che può declinarsi come domestico ma allo stesso modo come albergo o ufficio. Non per caso il logo del progetto è un geco: è concepito per adattarsi a diverse condizioni anche climatiche e unisce le due anime, pubblica e privata così come le dimensioni del lavorare e abitare.
Un prototipo di casa green, dunque, oltre che un asilo nido.

Come sono stati concepiti l’interior design e l’arredamento?
Abbiamo messo a punto una collezione con mobili a filiera corta e materiali di riciclo e realizzato quello che considero il matrimonio naturale di design e architettura, dove le componenti strutturali diventano elementi di arredo: pareti che di giorno sono pareti e la notte diventano letti, oggetti che cambiano funzione. È il recupero di una cultura altissima dell’abitare che risale ai maestri dei primi del ’900, l’unità minima ottimizzata, dove non c’è spazio rigido, ma le diverse funzioni sono in primo piano, prima di diventare vani. La cucina, il bagno, la camera da letto nascono per aggregazione di spazi modulari e adattabili, senza chiusure, le pareti sono attrezzate e integrate agli arredi. Si tratta di una ricerca già presentata all’ultimo Fuorisalone e che ci ha guadagnato un incarico di Regione Lombardia per il disegno di spazi a misura di bambino, così come con il Politecnico avevamo già consolidato una ricerca sulle pareti integrate agli arredi. Non eravamo nuove neppure al tema degli allestimenti per una città a misura di bambino, che era stato oggetto di progetto per una mostra promossa, tra gli altri, da Unicef e
dall’Unesco, nel 2004.

E quali materiali avete impiegato?
I più diversi, dalle ecomalte al 100% riciclabili alle ceramiche a basse emissioni – ovvero che già in fase di produzione riducono l’impatto e hanno una componente di materia di riciclo al legno totalmente a protocollo ad alta efficienza, certificato Fsc, utilizzato sia nelle strutture che per i pavimenti. All’interno è stata creata un’installazione che racconta la relazione tra bosco e architettura e con i diversi materiali all’insegna delle tre R, Riqualificazione, Riutilizzo, Riciclo. Il tetto della struttura, poi, sviluppa il concetto di orto urbano e, al tempo stesso, è un fattore di coibentazione naturale.

Molto interessante e all’avanguardia.
Sì, cerchiamo di sviluppare molti prototipi e di sperimentare, facendo ricerca insieme alle aziende committenti. Si parte da quello che hanno, senza inventare nulla ma si fa tanta ricerca, questo è lo stile. Lo è sin da quando, per la mia tesi, in restauro architettonico, ho potuto lavorare su due centro storici nel Mediterraneo, quello di Siracusa e di Ortigia. Esiste sempre un patrimonio da valorizzare e la sostenibilità è la capacità di mettere insieme, in modo integrato, tutte le componenti di una filiera che va dall’architettura all’ingegneria al design, dal paesaggio all’oggetto passando per l’edificio, mettendo a capitale il genius loci, ovvero le materie prime e le tradizioni costruttive locali, poiché, sin dal Medioevo e, ancor prima, dall’Antica Roma le tecniche sono legate alle risorse presenti in un certo ambiente.

Come si completa il progetto per il Made?
Sulla piazza esterna ci saranno acqua e elementi di arredo urbano studiati ad hoc ma non posso anticipare di più.
E non saremo noi a svelare anzitempo le sorprese che sono in serbo.
Piuttosto, quando si guarda intorno, cosa vede, tra le in particolare, come si qualificano sul fronte della sostenibilità?

L'Italcementi di Alzano in una foto d'epoca


Si tratta di soggetti che operano in ambito internazionale, nel settore del design e dell’architettura. Quando si mettono insieme design e sostenibilità, all’estero, hai fatto centro: la committenza straniera vuole il design italiano e la competenza sull’innovazione sostenibile. Purtroppo, molti dei nostri prodotti – intendo italiani – non vengono raccontati nel modo giusto. Tante aziende nostrane hanno nel sangue la sostenibilità, per un’altissima capacità di sviluppare ma, spesso, mancano di contenuti innovativi e finiscono per essere surclassate da marchi stranieri più bravi a promuovere contenuti innovativi. Fortunatamente, invece, molti giovani hanno questa capacità.

E tra i colleghi, ci sono progettisti attenti come lo siete voi?
Chi ha uno studio affermato, o è appassionato del tema oppure non se ne interessa affatto. Io non l’ho mai usato come strumento di marketing, professo la cultura dell’innovazione sostenibile da sempre, è fonte di una lunga e inesausta ricerca. Riconosciuta, tant’è che, in un master di prossimo varo del Sole 24ore, in management del design, terrò il modulo sulla figura del green director, appunto. In Italia c’è sempre stata un’attenzione alla sostenibilità nei grandi maestri – uno per tutti, Mendini – ma c’era come gesto del grande maestro. Invece, per noi la filosofia è quella del “dal cucchiaio alla città”: non siamo artisti ma integratori dove il fulcro è la creatività, che è antitetica alla tecnica. Quel che manca a moltissimi colleghi è proprio questo: innanzitutto bisogna soddisfare i bisogni del cliente, essere al servizio della società. Invece, molti hanno più bisogno di autoaffermazione. Per noi si parte sempre dall’analisi dello scenario e dei bisogni. non si può fare la stessa cosa per tutti, la ricerca, che non mi paga nessuno, è quel che permette di modulare le soluzioni su esigenze uniche. Per molti la ricerca non è un passaggio contemplato ma qui sta tutta la differenza tra l’edilizia e l’architettura, tra il progetto e la progettazione integrata. All’estero anche gli studi più piccoli sono strutturati in modo da partire dall’indagine. Bisogna indagare, indagare, indagare.

Per me è immediato: percepisco subito quali sono quelli che ricercano e fanno cose interessanti e quelli che, pur producendo anche cose belle esteticamente, non lo fanno. A livello internazionale il solco è già tracciato, la cultura è quella dell’architetto-designer, dell’integrazione, non della distinzione tra le due figure.
Se in Italia c’è una competenza diffusa molto forte e in molti casi qualità superiore agli studi stranieri, spesso ci si improvvisa proprio sul tema della sostenibilità, ci si auto-dichiara tali come se, invece, non ci fossero enti terzi – come il Green Building Council – a certificare cosa è sostenibile e cosa no, e non ci fossero, soprattutto, il mercato e il committente. I media sono focalizzati sulle archistar ma, dal Maxxi di Roma al nuovo museo Porsche di Stoccarda all’Eurac di Bolzano, hanno fatto tante cappellate.

Che chance ci sono per i giovani architetti – che si sono fatti con poco perché non ci sono più grandi concorsi, la crisi economica è mostruosa, non ci sono bandi né commesse In Italia, quando basta guardare alla Francia dove vengono banditi concorsi stupendi, mentre qui da noi anche per gareggiare nell’Expo le gare richiedevano un fatturato per concorrere che poteva permettersi solo un archistar?

Dove va il futuro, allora?
Anche l’etica del lavoro è una forma di sostenibilità sennò si scade nel mercato del ricatto e a un livello pericoloso per cui il committente è un capo assoluto e lo spazio, doveroso, che devono avere la creatività e la sperimentazione del progettista vengono schiacciate. Se sei schiavo, non proponi più e l’architetto diventa quello che si limita a firmare il progetto. Ecco, se dovessero cambiare le norme e non servisse più la firma, allora sparirebbero gli architetti in Italia.

Come si reagisce?
Noi ci siamo spostati, cambiando registro. In Italia non c’è cultura del progetto e, così, abbiamo aperto nuovi scenari scegliendo una committenza con un minimo di sensibilità, creando noi la committenza attraverso facendo ricerca.

Come si crea committenza?
Spesso, piaciuto un progetto, abbiamo dato vita a un nuovo filone oppure siamo passati dalla consulenza su singoli aspetti – l’efficienza energetica, il risparmio – alla progettazione. Non lavoriamo a chiamata, non ce lo si può più permettere. Accade persino di essere consulenti per i grandi studi di architettura, sprovvisti di competenze su temi specifici.

Una case history emblematica?

Italcementi di Alzano Lombardo oggi


Senz’altro la riqualificazione del cementificio di Alzano Lombardo che diventerà un centro internazionale di creatività e innovazione ed è parte dei progetti di Expo 2015. Il progetto è frutto di un protocollo tra Regione, Expo e enti territoriali e si sviluppa su tre anni. Siamo nella fase iniziale ma abbiamo già creato un parcheggio di interscambio con un tram leggero e realizzato il restauro sostenibile della struttura, che pian piano rivive. Un intervento costoso e complesso.
Ma non è il solo che vorrei citare. Abbiamo da poco completato un albergo attraverso il recupero di una cascina ottocentesca. Il progetto è stato presentato alla fiera Ecohotel di Riva del Garda e verrà pubblicato su Archetipo e sul Sole 24ore. Sul fronte della committenza privata, stiamo facendo molto nel settore alberghiero, anche grazie a una joint venture con un’azienda altoatesina.

D’altra parte, il concept sviluppato per Italcementi è un progetto pilota per la riqualificazione di edifici industriali. Ancora, abbiamo lavorato sul tema del social housing e siamo stati premiati per un progetto di casa green sviluppata con sistemi costruttivi anti-sismici e a budget ridotto. D’altra parte, la sostenibilità dev’essere accessibile e il green per tutti. La sostenibilità è una possibilità concreta per ridurre i costi. L’approccio eco-compatibile è anche efficienza economica. La nostra scuola, sulle colline del presidio del Moscato di Scanzo, ha un impianto di 30 kwh e costa 900 euro al mq. Tetto verde, pellicole fotocatalitiche, linoleum per i pavimenti e altri materiali pregiati per le finiture. Se il tecnico non sa farti risparmiare non è buon tecnico. Sono capaci tutti di lavorare con tremila euro al mq! A chi mi dice: bello, ma chissà quanto costa! Io rispondo: bello, sì, e chissà quanto risparmi!

www.gbcitalia.org
www.marchingenio.eu
www.madeexpo.it

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