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28 nov 2012Inserito in in: Ecodesigner 0
Paesaggi esotici, il design indiano. Dalla lavatrice a pedali al dharma cosmico.
Sguardi che si allontanano per abbracciare il nuovo design indiano, tendenze che spaziano dalla grafica alla moda, con l'obiettivo, dichiarato, di riportarci a noi stessi, spunti di arricchimento e riflessione. Artigianato, mitologia, ecologia e recupero creativo. In mostra dal 14 dicembre alla Triennale.

Se è vero che, da qualche tempo, si guarda ad est – con ansia da fine-di-un-mondo-conosciuto, mista a curiosità, naturalmente e, forse, malcelata invidia, là, pare, che la crisi non sia mai arrivata – una mostra sul design indiano è proprio il giusto cannocchiale. Per avvicinare quel che è lontano e, al tempo stesso, allontanare ciò che è vicino – ovvero prendere le distanze da noi stessi, sprovincializzarci un po’, metterci su uno sfondo più largo, e variopinto.

Divya Thakur - First Vaid Box


Il pensiero non è nostro e neppure suo, di lei, Simona Romano, curatrice, insieme a Avnish Mehta, indiano ma residente in Italia, della mostra che inaugura il 14 dicembre alla Triennale (all’interno di una serie intitolata Le finestre sul mondo, concepita da Silvana Annicchiarico, direttore del Museo del Design della Triennale), ma è lei è riportarcelo: “Il pensiero è di un grandissimo antropologo indiano, Arjun Appadurai, che identifica così il compito della sua disciplina. Così, la mostra vuole portare a fare riflessioni più ampie sul nostro presente, e su momento storico così delicato, indagando l’esotico”.

Com’è nata, dunque, l’idea della mostra?
“Per me, personalmente, lavorare a una tale esibizione è stato un invito a nozze”, riprende Simona Romano, “poiché l’ambito di ricerca di cui mi occupo è veramente la mia passione. Si tratta di un tema su cui ho scritto anche un libro, la cui uscita è prevista proprio per il 14 – titolo “Globalizzazione e design”, per i tipi Maggioli – sono i transcultural design studies, ovvero la possibilità di mettere il design a confronto con il tema della globalizzazione, verificando le forme in cui tradizione e innovazione, reciprocamente, si mescolano. Sotto il grande cappello di globalizzazione e design, stanno e vivono, con tutta l’incertezza delle nomenclature, quel che mi sono sentita di definire, appunto, transcultural design studies. L’urgenza, dunque, di dotarci di strumenti per leggere culture materiali non autoctone, creare innovazione in modo da popolare la cultura contemporanea di nuovi artefatti che si ispirino a tradizioni anche non nostre è la vera origine della mostra. Un po’ quel che succede nell’arte post-coloniale, mix di tradizione e contemporaneità: l’incrocio produce contenuti più interessanti e offre possibili risposte in un momento difficile e di crisi per la società globale. Dall’India vengono tanti segnali positivi, grazie ad una cultura originaria così densa ed eterogenea, che sta già insegnandoci molto. Quel che mi dà, come compito, è quindi di portare riflessioni più generali, che vengono sia dall’ambito antropologico che sociologico e psicologico, a convergere nel mio, che è quello del design. Per vedere anche come il design si rinnova”.

Kangan Arora - Varanasi Cows

Qual è la sua formazione, lei è un designer?
“Sono architetto e, nella prima parte della mia carriera, mi sono occupata di musei aziendali e fondazioni. Finché non ho ottenuto una ricerca di dottorato con lo Iuav di Venezia, sotto la supervisione di una bella equipe di studiosi, Tomas Maldonado, Giovanni Anceschi, Medardo Chiapponi, Raimonda Riccini. Costoro hanno sostenuto la mia ricerca transculturale nel design e, così, ho potuto passare diversi mesi – prima sei, poi, a più riprese, altri periodi più brevi – in India a studiare quel che stava accadendo in modo da portare riflessioni all’interno del nostro contesto .

Creazione di Manish Arora

Come sono stati scelti i designer?
Al di là dei criteri, fondamentale è stata la collaborazione con un indiano, Avnish Mehta. Del resto, un progetto transculturale vive proprio di relazioni di questo genere, in modo da potersi avvantaggiarsi di sguardi differenti, più lontani e più vicini, al tempo stesso.
Quanto alla selezione, al di là dei principi programmatici, non è mai facile raccogliere e riproporre un osservatorio puntuale su di un fenomeno vivo e in fermento. Siamo partiti con un advisory board, coinvolgendo tre università, altrettante scuole di design, quali il politecnico di Mumbai e le scuole di Ahmedabad e Bangalore, e dandoci l’obiettivo di osservare un po’ l’ignoto. Del design indiano abbiamo esperienza in Occidente grazie a nomi come Pakalè e Doshi e Levien ma, in questo caso, volevamo qualcosa di nuovo. Dalle scuole è venuto, dunque, qualche input ma non sufficiente per orchestrare un’esposizione. Così, ci siamo indirizzati verso riviste specializzate: Pool magazine, indiana e online, che è stata una vera miniera, grazie ai suggerimenti direttore che alla consultazione diretta – ne ho sfogliato decine di numeri; Kourious, più focalizzata sull’illustrazione e la grafica; infine, Domus India, da cui, però, non sono venuti che pochi spunti. Naturalmente la ricerca è figlia della mia permanenza in India: la stessa Pool Magazine mi è stata segnalata da un grande professore che ho conosciuto durante i mesi della mia permanenza, Kumar Vyas.
Ci siamo, così immersi in una lunga ricognizione e abbiamo poi deciso di affiancare al lavoro dei designer artefatti che sono il frutto dell’opera dell’associazione NIF che si occupa di produrre su larga scala oggetti che nascono all’interno dei villaggi – che costituiscono la dimensione di vita della gran parte degli indiani, nonostante le grandi metropoli, che pure esistono e spesso, per gli occidentali, sono lo sfondo più tipico quando si parla di India – per risolvere problemi legati alla vita di tutti i giorni. Ad esempio, sta riscuotendo un certo successo sorta di pinze per arrampicarsi sulle palme e cogliere le noci di cocco: l’associazione li cerca e, trovati, li ingegnerizza e commercializza.
Un eccezione eccellente è una lavatrice a pedali, presente in mostra, nata dalla collaborazione con l’associazione di Reyma Josè, ingegnere oltre che designer, che, nel più puro spirito dell’azione associativa, ha brevettato uno strumento che viene incontro alle esigenze di donne in contesti rurali sprovvisti di energia elettrica.

Cosa la stimola nel confronto con il nostro design?
Senz’altro l’eterogeneità di quel che rappresenta il design in quel contesto rispetto al quale mi pare che la nostra sia una visione piuttosto limitata, se è vero che, nella percezione comune, coincide con il bell’oggetto d’arredo spesso destinato alle case di pochi privilegiati. Il design ha ben diversi, e più profondi, bisogni dietro e si manifesta in molte e diverse eterogeneità.
Se in mostra c’è anche l’oggetto più ammiccante, già individuato da Cappellini e prodotto a livello industriale, la lavatrice a pedali dice, con la sua presenza, di un orizzonte più ampio, e tutto da indagare.

Altre differenze di contesto?
Senz’altro il fatto che poche aziende indiane sono in grado di produrre artefatti così che molti oggetti nascono nel dialogo con le tecniche artigianali tradizionali, in cui, ad un certo punto, interviene anche il design.

Sahil e Sarthak - Lotus pieces

Non esiste, dunque, un industrial design in senso proprio?
No, affatto. Abbiamo un’immagine dell’India urbana e tecnologicizzata ma queste dimensioni rappresentano una minima parte del Paese. L’industria indiana è fatta di aziende che si occupano della lavorazione di semilavorati, di servizi – come i call center – o di informatica – ovvero della produzione di software. Le aziende che producono artefatti sono per lo più realtà artigianali, laboratori o piccole fabbriche a conduzione poco più che familiare. Anche nel caso di oggetti più industriali – penso alle stoviglie in acciaio che si trovano spesso nei mercati – la produzione non è in serie, come la intendiamo noi. Il design ha altri ambiti di applicazione.

L’artigianato, d’altra parte, è parte di un certo design – autoproduttore, per lo più – che ha una sua identità in Italia e in occidente.
Il dialogo con l’artigianato è fortissimo e gli indiani non vogliono perderlo. Si vede, ad esempio nella moda – noi abbiamo solo una rappresentanza in questo senso, negli abiti di Aneeth Arora – dove la tendenza più attuale lega la ricerca molto raffinata su tessuti artigianali e a linee e fogge d’abito anche occidentali.
Ancora, sul bamboo si stanno facendo, nelle università, grandi studi perché si trova in grande quantità e a costi contenuti. Ne nascono idee geniali, tipo la bicicletta in bamboo, che ha già un consistente sviluppo in luoghi dell’Africa o dell’America Latina dove questo materiale vincerebbe facilmente la concorrenza con altri materiali, per costi e reperibilità.

Sangaru Sandeep - Furniture design in bamboo

Quali riflessioni si possono fare sulla sostenibilità del design indiano contemporaneo?
La produzione sembra di per sé già tale.
Non è detto, purtroppo: spesso laboratori e fabbrichette sono luoghi fuori da ogni standard di produzione. Va detto, però, che in tema di ecologia, in India vi sono interessanti aspetti culturali. Kumar Vyas, grandissimo studioso indiano, già citato, introduce, in proposito, il concetto di dharma. Inafferrabile per un occidentale, non avendo trasposizioni dirette in concetti familiari, è la visione, chiara per un indiano, di un ordine rigoroso che ci sovrasta e che va accettato poiché, in mancanza di ordine, regna la confusione. Il dharma è, ad esempio, alla base della struttura sociale indiana. La visione dharmica abitua la mente indiana a pensare su due livelli, uno individuale, l’altro collettivo e, credo, potrà favorire di sviluppo di un senso ecologico anche con connotazione non eurocentrica, sulla base di questa tensione a ragionare sull’interesse proprio e insieme quello più generale. Così, avvicinare e sostenere il dialogo sull’ecologia tenendo conto di matrici culturali diverse da cui si può arrivare è interessante. Allo stesso modo, caratterizzante è la capacità di riutilizzare oggetti in modo molto trasversale, proponendo nuovi usi per vecchie funzioni. Molti degli oggetti in mostra manifestano questo aspetto. Si prenda, ad esempio, un pouf realizzato con una lavorazione cosiddetta katram, ovvero creata intrecciando di fili di tessuti di recupero, che vengono trattati con sorta di grandi uncinetti. Senz’altro l’attenzione dei designer al tema del riutilizzo creativo è motivata anche dall’assenza di struttura industriale per il design di cui si diceva prima ma, per una piccola élite, ovvero all’interno del mondo del design, l’attenzione all’ambiente è molto sentita”.

Per visitare la mostra:
New India Designscape
14 dicembre 2012 – 24 febbraio 2013
Ingresso: €2 (Mostra + Triennale Design Museum €8)
martedì-domenica 10.30-20.30 – giovedì 10.30-23.00

Triennale – New India Designscape

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