Materia&Innovazione
13 nov 2012Inserito in in: Materia&Innovazione 0
Viaggio intorno alle bioplastiche,
settore che non conosce crisi. Di cui – sorpresa – l’Italia è avanguardia mondiale.
Una crescita stimata del 500% ogni anno per cinque anni. Negli Usa, dove non esistono leggi - come in Europa - che privilegiano le bioplastiche (ad esempio, mettendo al bando i sacchetti di plastica). Investimenti miliardari e tanta ricerca. Da un capo all'altro del globo, passando per l'Italia.

Impianti produttivi di bioplastiche

Il tema ci aveva incuriosito sull’onda di un progetto griffato, la riedizione di Miss Sissi, la lampada Flos firmata Starck, e dell’ottimismo che spirava l’azienda che ne aveva brevettato il materiale. Un bio-polimero che uguagliava, per prestazioni, il policarbonato. Quello delle bioplastiche è, in effetti, un tema caldo. A livello industriale, però, a “scaldarlo” è soprattutto la messa al bando dei sacchetti di plastica. È quanto ci ha confermato David Newmann, presidente di Assobioplastiche, nel corso di una piacevole chiacchierata all’indomani di un appuntamento internazionale che ha fatto il punto sullo stato dell’arte internazionale.

Quali sono le novità all’orizzonte, dunque?
Fino a poco tempo fa, era un mercato fatto solo di sacchetti e forchette, oggi il quadro è decisamente più interessante. Le novità dell’industria sono affascinanti e, al momento, concentrate sul fronte della produzione, ovvero riguardo alle materie prime, i cosiddetti building blocks. Così, un’azienda americana ha messo a punto un processo che, grazie a sofisticate biotecnologie, produce la crescita di funghi all’interno di sagome e, arrivati a maturità, vengono cotti e le sagome tolte. Il materiale che se ne ricava viene utilizzato come imballaggio per televisori, mobili, cellulari. In sostituzione del polistirolo, inquinante.

Una tecnologia tutta biologica anche se forse non tutti sanno che per bio-plastica, in Italia, s’intende un polimero riciclabile e non necessariamente composto di solo materiale naturale.
Vero. Negli Stati Uniti la bioplastica è bio-based, invece da noi anche composti di origine fossile sono ammessi purché riciclabili. Anche questa è ecologia: evitare di utilizzare risorse ex novo se si può riciclare quel che è già in circolo. Così la bio-plastica nostrana è riciclabile o compostabile – ovvero smaltibile senza lasciare traccia nell’ambiente.

Cucchiai in pla, polilatticoacido

Che tipo di realtà è l’associazione, che rappresentanza ha?
Attualmente contiamo 32 iscritti. Non molti, forse, ma tutti i grandi produttori mondiali sono rappresentati. Anche se l’associazione è italiana e 28 sono le aziende socie italiane, gli stranieri sono ammessi. Si tratta, dunque, di grandi multinazionali: la chimica verde che produce biopolimeri necessita di grandi investimenti e , di conseguenza, di grosse dimensioni aziendali. Viceversa, la conversione del materiale prodotto in prodotti d’uso si avvantaggia di piccole e medie organizzazioni.

E al momento quali crescono di più, produttori o convertitori?
Si stanno facendo ingenti investimenti sulla produzione in Italia. Si pensi alla riconversione verde degli impianti di Porto Tolle, Rovigo. Si affacciano investitori stranieri: gli americani di Cereplast, ad esempio, stanno spendendo molto da noi. Ci sono migliaia di lavoratori, quattromila solo a Porto Tolle ed è tutto in grande fermento. Un grande e rapido sviluppo. Sorgono anche molti convertitori, che trasformano le plastiche nuove. Spesso non si tratta di nuove imprese, sono vecchi che si convertono.

Con quali produzioni? Usa e getta?
Sì, sacchettame soprattutto. Le bioplastiche ormai coprono il 20% del mercato.

Ma non erano fuorilegge i sacchetti di plastica? Dovremmo essere al 100%.
Beh, no, la plastica è fuorilegge ma le sanzioni scattano dal 1 gennaio 2013. quindi, si arriverà gradualmente al 100%, nell’arco di due, tre anni. Le bioplastiche trasformate, in ogni caso, stanno registrando un grandissimo sviluppo. È questo ad attrarre gli investimenti, anche stranieri.

Mais. Dall'amido si ricava il mater-bi

E, tra i materiali nuovi, c’è qualcosa già in uso?
Certo. Si utilizzano, ad esempio, cartiere chiuse e riconvertite per trasformare la cellulosa in zuccheri che fanno da base per i biopolimeri. Nel Maine, ad esempio. Ancora, vengono già utilizzati i residui di certe lavorazioni agricole, il mais, la canna di zucchero – di cui sono grandi produttori i brasiliani – e la tapioca – qui il primato è di aziende canadesi in joint venture con gli Stati Uniti.

Lo standard rispetto a questi prodotti è sempre no-food e no-ogm?
Negli Stati Uniti sono quasi tutti prodotti no-ogm, sì, e lo standard è rigoroso in Europa, fissato per legge. Quanto al no-food, la tendenza è verso l’impiego di scarti agricoli o da altre fonti ma vero è che oggi molta bioplastica viene dall’amido di mais o dalla tapioca che hanno tradizionalmente impieghi industriali massicci, con una storia secolare. L’amido di mais in questo senso ha degli standard paragonabili a quelli del petrolio rispetto alla versatilità degli utilizzi. Stiamo parlando di percentuali esigue: il mater-bi è composto di amido di mais e di tutto l’amido di mais ad uso industriale solo il 2% diventa bioplastica.
Insomma, l’industria deve arrivare a usare soltanto scarti. Per il momento, ci si sta ancora lavorando, si fa ricerca. A Rovigo, ad esempio, nell’impianto di cui dicevamo prima, gli unici componenti per le bioplastiche sono scarti agricoli e cellulosici. In sintesi: la tendenza è questa, l’obiettivo non ancora centrato.

Impianti di produzione di bioplastica

Quali sono i Paesi capofila di questo processo?
Senz’altro il nostro. L’Italia con la Novamont, sorta sulle ceneri della ex Montecatini, un fatturato di 160 milioni di euro all’anno in biopolimeri, è leader nel mondo per ricerca e brevetti. La produzione è dislocata in due impianti, a Terni e Frosinone. Questa è l’azienda che, al fianco di Eni, gestisce la grossa riconversioni di Porto Tolle.
Poi, ci sono gli americani: Natureworks, branch di Carghill, con Ingeo, tecnicamente un pla, ovvero un polilatticoacido, che è il supporto per il cosiddetto “rigido”, su cui gli americani fanno il grosso del mercato: bicchieri, bottiglie, imballaggio di frutta e verdura.
In Italia il mercato è soprattutto orientato verso il flessibile – sacchetti e mater-bi, per semplificare.
Il Brasile è entrato di forza in questo mercato: non sorprende e, di più, essendo da secoli i maggiori produttori canna da zucchero (è il Brasile lo stato dove il bioetanolo ha superato la benzina come carburante per automobili), da qui al 2015 raggiungeranno la vetta, saranno i primi produttori di bioplastiche al mondo.
Anche la Thailandia sta per entrare sul mercato: è stato realizzato un impianto, sostenuto anche da capitali americani, che impiega l’amido di tapioca.
Le previsioni dicono che entro tre, quattro anni, verranno prodotte qui 200mila tonnellate annue di bioplastiche. Sono grandi numeri, commisurati a grossi investimenti in termini spazio e di tecnologia ma, in valore assoluto, tutti i biopolimeri da qui al 2015 non rappresenteranno che una quota compresa tra il 5 e il 10% del mercato. Oggi siamo a meno dell’1%.

Si tratta di una crescita enorme. Forse suona meno impressionante per un addetto ai lavori, ma a orecchie profane è strabiliante.
Certo, come no! Tra 10 anni la plastica tradizionale forse perderà il suo primato, non è poi molto tempo.
Nel frattempo, moltissime aziende hanno già capito l’antifona e impiegano biopolimeri in sostituzione di plastica. Ford, ad esempio, e in grandissima parte dei componenti dei suoi mezzi, preferisce plastica bio-based; Nike, allo stesso modo, così come Goodyear, Pirelli…tanti.

Bioplastiche, laboratorio di ricerca&sviluppo

Forse anche l’approvvigionamento è più semplice? Dribblare la dipendenza dal petrolio significa anche non essere più soggetti a equilibri geopolitici instabili, a tensioni che costano conflitti, guerre nel Medio Oriente. C’è un riflesso etico, oltre che ecologico.
Senza troppo speculare in senso morale, queste aziende hanno espresso in modo chiaro il fatto che le fonti di approvvigionamento per il petrolio sono volatili e perennemente a rischio; il petrolio è destinato a diventare più costoso o, comunque, diminuire, poiché le scorte sono limitate. Terzo, il pubblico è sempre più sensibile alle questioni che riguardano provenienza e fonti delle materie prime impiegate dall’industria. Così, se si ottengono gli stessi risultati in termini qualitativi, di performance e agli stessi costi – e per certe applicazioni le bioplastiche soddisfano questi requisiti – l’industria le utilizza.

Incoraggiante. Per concludere: quale conclusione può trarre e che genere di auspicio formulare?
Non è compito mio formalizzare delle conclusioni, lascio ad altri l’onere. Chi opera nel settore lo ha fatto, in chiusura del simposio, e faccio mie le loro previsioni: il settore crescerà del 500% negli Stati Uniti nei prossimi cinque anni. E l’ Europa segue naturalmente questo trend. Se si considera che negli Usa non ci sono, come in Europa, leggi che privilegiano la bioplastica così che la stima è basata su puri fattori push-pull, ovvero genuinamente sulla sostenibilità ambientale e economica di questi prodotti, che devono sopravvivere concorrendo ad armi pari con quelli tradizionali. Il quadro dà una grande speranza, insomma, no?

www.assobioplastiche.org
Per approfondire:
www.plasticaverde.eu
www.natureworksllc.com
www.ecozema.com
www.apiplastic.com
www.cereplast.com

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