Ecologia&Sostenibilità
03 gen 2013Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 1
I rifiuti non esistono perché sono tutti i materiali del mondo. Parola di Edoardo Malagigi.
Provocatorio e sensibilissimo, Edoardo Malagigi, professore di design all'Accademia di Belle Arti di Firenze, realizza da anni opere site specific con materiali di recupero oppure cibo. In barba alle sculture fatte per durare in eterno, l'arte va consumata. Senza smettere di suscitare domande.



Pinokio - scultura creata a Belgrado nel 2006

Che fascino suadente, Edoardo Malagigi. Che impone subito il tu come a scrollarsi di dosso stucchevoli formalismi e ride di una risata acuta e prolungata di fronte all’impaccio per dover rimandare la chiacchierata una e poi un’altra volta. Poi, inizia a parlare del suo lavoro e, come gli attori quando si calano nella parte trasfigurano la voce e il corpo, i gesti e gli occhi, lui, allo stesso modo si fa serio, puntuale, incalzante. E disponibile a divagare, salvo poi, lui stesso, interrompersi e riprendere il filo. L’intervista è solo telefonica e lui è ‘nascosto’, spiega – e questo suscita l’inevitabile nostra tenerezza – nell’ufficio Erasmus dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove insegna da tanti anni, e, nel frattempo, ha girato mezzo mondo [è titolare del corso di design e responsabile delle relazioni Internazionali]. Paesi ricchi e poveri, belli e brutti, e ovunque ha lavorato, e visto, e, adesso, racconta.

Il suo impegno d’artista è autentico e lo ha portato a creare una fondazione insieme a Mino Damato in Romania, per venire in aiuto ai bambini colpiti dall’aids all’indomani del crollo del regime di Ceausescu, nel 1993; e viene distribuito ogniqualvolta è possibile dispensarlo, infilato dentro i progetti d’arte che occupano quel resta del tempo libero dell’insegnamento. Opere e lavori a tema sociale, a cui spesso partecipano volontari. Come accadrà a Lugano, dove si terrà il prossimo autunno il Forum della Pace.

Earth - scultura creata a Kikinda, Serbia - maggio 2008

“Io non lavoro con gallerie, che garantiscono una buona copertura sulle riviste. Le mie sono tutte opere sociali e fruite dal grande pubblico, non pensate per il privato collezionista. Quel che a me interessa è l’indagine sui due aspetti, nodali per i modelli di sviluppo. Si badi bene a qual è il rapporto tra arte e design. Da un lato, ecco le espressioni che raccontano il design: sono prodotti che esprimono sentimenti condivisi e, quindi, soluzioni, risposte. Questa, almeno, è la visione che ho maturato nel corso di viaggi, viaggiando all’interno del mondo della formazione e quello della produzione industriale. L’ho ritrovata in Paesi in grande difficoltà, il Kosovo, l’Afghanistan, o poveri come il Senegal oppure, ancora, ricchi, come la Svizzera e gli Stati Uniti, e persino in Estremo Oriente, il Giappone, la Cina. Dall’altro canto, il grande bisogno di considerare l’arte come un fenomeno che pone domande, questioni – con l’esclusione di Paesi come Cuba dove domande e risposte sono poste e date dalla politica, dall’apparato statale.
Ho constatato tante cose durante lunghi e frequenti viaggi”.

Pinocchio di Pinocchi - Scultura creata a Firenze - 2007

L’ultimo?
“In Romania, dove sono stato con un’altra artista, Angela Nocentini, e un gruppo di volontari. Abbiamo trasformato le case famiglia dove vivranno bambini orfani a rischio di aids. Si tratta di edifici che, di norma, sono da ristrutturate e anche decorare all’interno, per sostenere il lavoro degli educatori che racconteranno fiabe ai bambini”.
Come ti sei avvicinato ai temi ecologici negli anni?
“La sostenibilità come area del design attenta a certi criteri e principi è costellata di sperimentazioni interessanti. Io ho lavorato parecchio intorno alla trasformazione di oggetti in uso cambiandone la funzione. Ho instaurato un rapporto privilegiato con una discarica che, da Ecolevante, è passata ad essere Waste Recycling Italia, a Santa Croce sull’Arno. Con quest’azienda che raccoglie rifiuti abbiamo realizzato il catalogo Scart con un’operazione che era di dare una veste nuova a quello che, erroneamente, si chiama rifiuto che non deve più esistere. Si tratta di materia, nobile, produttiva. Ha un costo altissimo produrre rifiuti. Dal punto di vista sociale il problema è che manca un accordo su come recuperare i materiali. Ci sono tante zone dove non si fa raccolta differenziata e, dove si fa, ognuno separa a modo suo: su 10 tipologie di oggetti, ogni paese e ogni comune adotta un criterio differente, di là il vetro va con il tetrapak e di qua con il metallo, è da ridere. I rifiuti sono una risorsa tant’è che certe amministrazioni vivono riciclando rifiuti e lavorando con discariche ben fatte.
Io poi lavoro con chi fa raccolta di rifiuti industriali, raccoglie materiali in grandi quantità”.

Così è nato il Pinocchio di Pinocchi?
Sì! (Ride). Vedi, ci sono distretti che producono oggetti che vanno in tutto mondo. Così, intorno al lago d’Orta si fanno i pinocchi di legno di tutte le dimensioni. È un lavoro semi-industriale, in parte artigianale, portato avanti da persone appassionate e innamorate di lavoro. Mi sono fatto dare da loro un quintale di pezzi di scarto. È un prodotto altissimo e il primo gadget dell’Italia unita, con una diffusione pazzesca.
Poi ho cercato il Pinocchio lato 40 centimetri che mi sembrava il più iconico e meglio proporzionato e lo ho rifatto in scala alto 5,7 metri. I pezzi di legno, aderenti come una pelle, sono incollati su un’anima in polistirolo, leggera, che è stato tornito con la tecnica della tornitura, l’unica tecnologia possibile alla fine dell’800.
È già un fatto che i rifiuti non esistono più. Il legno è una materia che va amata, bisogna volerle bene”.

È così che si fa passare il messaggio?
Il ruolo dell’artista è di porre le domande, o di suscitarle. A me poi piace combinare cose e persone, insieme, creare delle relazioni. Dicevamo, prima, di Lugano. In Svizzera la crisi si vive, come in tutto il mondo, ma certo con diverso segno rispetto ai Paesi poverissimi. Così, per il Forum della Pace farò costruire un grande bancone di 6×4 metri, tutto ricoperto di mattoni di riso. Sono riuscito ad ottenerne 10 tonnellate da un produttore e in parte rivestiranno un’installazione che riproduce nella forma un bancone da palazzo di congressi. Il riso andrà a rivestirla ma, in gran parte, sarà spedito in Africa. Si tratta di riso perfetto per certe aree dell’Africa dove è necessario questo tipo di cibo: non tutti sono alle popolazioni infantili e spesse volte si sono spediti i prodotti sbagliati nei posti sbagliati.

Il muro - Progetto in progress a Barcellona

Il riso è entrato anche in un’altra maxi-scultura installazione.
Sì, abbiamo ricostruito un modulo del muro di Gaza a Barcellona, in scala 1:1, 8 metri per 15. È più spesso del muro di Berlino e lo abbiamo rifatto con il riso. Il messaggio è che le frontiere vanno mangiate. Vale anche a Lugano: il design è da mangiare, al di là del finto ‘scambio’ che è colonizzazione culturale in movimenti secondo percorsi fallimentari. Per gli svizzeri, poi, io sono un pubblicitario perché sui pacchetti di riso c’è il marchio dell’azienda che lo produce. Non m’importa: dieci tonnellate andranno in Africa e questo lavoro si fa solo a queste condizioni. C’è già un’associazione pronta a prenderlo in consegna e distribuirlo.

Lavora sempre a queste condizioni?
Quando si può. Abbiamo rifatto in scala il faro del Porto di Genova, la cosiddetta Lanterna, utilizzando dei piccoli filtri per l’acqua, che servono per depurare l’acqua delle pozzanghere. Sono piccole cannucce con cui un bambino può bere per un anno, filtrando qualcosa come 700 litri d’acqua. Attraverso la galleria d’arte che aveva sostenuto il progetto ne abbiamo mandati a Il Cairo 500, dopo aver smontato la scultura. Chi la guardava era stupefatto, la forza di queste installazioni è la somiglianza all’originale. L’oggetto deve essere somigliante, lasciare straniti e a bocca aperta, altrimenti non si ottiene nessuna pubblicità.
Il pesce di Pula [paesino sardo dove si trova un'altra installazione, ndr] ha fatto rieleggere il sindaco.

Schillellé - scultura creata a Pula, Cagliari - primavera 2009

È splendido, cangiante e iridescente. Proprio un pesce vero.
A seconda di come si usano i rifiuti – che sono tutti i materiali del mondo – danno effetti diversi. Li abbaimo posizionati più scuri in alto, sulla schiena, e chiari sulla pancia. Materiali metallici, che hanno moltissimi riflessi.
Questi lavori [tutte le installazioni site-specific di Malagigi, ndr] hanno permesso di fare molta comunicazione. Il Pinokio di Belgrado, ad esempio, ha ricevuto una quantità di passaggi televisivi. Sono quattro gli ingredienti di un progetto riuscito: il primo, la conoscenza di un bisogno primario – ad esempio, a Belgrado c’erano tre orfanotrofi bisognosi di aiuti; secondo, qualche azienda che fa prodotti buoni; terzo, un partner in comunicazione (giornali, televisioni), che possa spingere l’evento; quarto, il volontariato, ovvero braccia da spendere nella realizzazione dei progetti, che aiutino il lavoro.

Il messaggio è chiaro: Basta rifiuti. Ma qual è il tuo rapporto con i rifiuti, vivi ‘a impatto zero’?
Io per fare queste cose vivo malissimo. A volte sono ossessionato dall’ordine, altre dal disordine. Penso al recupero, creo possibilità. Il pesce di Pula è fatto dei rifiuti che il mare ha riportato. E il riso che avremo è una goccia, è vero, ma verrà mangiato e scomparirà, non andrà ad aumentare la mole dello scarto. Poi, mi piace l’idea del confronto tra un’espressione d’arte che viene mangiata e sculture di bronzo e marmo che, invece, vivranno per mesi e anni. L’arte va consumata, cibandosene.

Related Posts

One Response

  1. [...] ad Edoardo Malagigi SEgnaliamo una bella intervista: I rifiuti non esistono perché sono tutti i materiali del mondo. Edoardo Malagigi, professore di design all’Accademia di Belle Arti di Firenze, realizza da [...]

Leave a Reply