Ecologia&Sostenibilità
02 gen 2013Inserito in in: Ecologia&Sostenibilità 1
A lavorare in giardino, il lavoro è buono davvero!
A colloquio con Gabriele Qualizza, esperto di 'marca' e autore del libro Transparent factory, che raccoglie riflessioni e casi di studio sul design dei nuovi ambienti di lavoro. Spazi informali per la decompressione collettiva e privati per il lavoro individuale. All'insegna del benessere (fatto anche di luci giuste e materiali naturali).

Se dal pezzo – che è tale solo in relazione ad altri pezzi e ad uno sfondo da cui si stacchino, direbbe un strutturalista alle prime armi – lo sguardo si sposta al contesto, all’humus – uno sfondo più vibrante, uno spazio di energie circolanti, di relazioni – accade di imbattersi in questioni interessanti. A studiarle con profitto è Gabriele Qualizza, consulente aziendale e formatore, autore di Transparent factory (Franco Angeli, 240 pagine, 27 euro), testo che, esito di una parabola di studi e contributi, si appunta sul luogo di lavoro come veicolo di significati, percezioni, codici. Vecchi e nuovi.

La sede di Volkswagen a Dresda detta Transparent Factory

Da un lato, spiega Qualizza, “è stata riscoperta la valenza comunicazionale di edifici e sedi aziendali, e recuperata la consapevolezza che un edificio comunica anche attraverso le proprie strutture. Un passaggio da gestire con grande attenzione: si pensi allo schema tipico del trophy building, che vuole la direzione generale all’ultimo piano, a significare una gerarchia impressa direttamente nell’impianto architettonico dell’edificio. Il rischio è che la soggettività individuale venga rimossa, per adeguarsi agli obiettivi dell’organizzazione, in un meccanismo che replica se stesso.

Oggi invece il marketing si fa carico di una nuova sensibilità per questi temi, nella consapevolezza che la sede può svolgere un ruolo di comunicazione e diventare veicolo dell’immagine e dei valori aziendali. Su più fronti. A partire da quello interno, nei rapporti con i dipendenti, sempre più coinvolti in evolute strategie di internal branding. L’edificio – mediante la scelta di arredamenti, percorsi, scenari evocati – diventa la rappresentazione, spaziale, in 3d, dell’identità del brand. La marca stessa, del resto, è un veicolo di significati, un costrutto socio-culturale, che evoca un universo di riferimenti simbolici e valoriali. La sede può renderli tangibili attraverso i cinque sensi”.

È una novità per la comunicazione d’impresa?

“Sì, perché introduce nel discorso un nuovo “schema di gioco”. E’ un’operazione che è già stata fatta sui punti vendita – non più pensati come “terminali distributivi”, ma come canali di comunicazione e scenari in cui condividere l’esperienza del brand. Vere e proprie opere di “architettura sensoriale”: si pensi a Replay o ad Abercrombie, che ricorrono a stimolazioni visive, uditive e olfattive per ri-creare il proprio mondo valoriale. Oggi un’analoga attenzione interessa gli ambienti di lavoro, considerati non solo per le loro valenze strumentali, ma anche come luoghi in cui si creano e si condividono significati, idee, relazioni.

È un percorso che passa attraverso la riscoperta di sensi ‘altri’ rispetto a quello della vista, da sempre privilegiato nell’ambito del design e dell’architettura. Suoni, profumi, sensazioni tattili e gustative: oggi si riscoprono dimensioni sensoriali, troppo a lungo trascurate. Tramonta il razionalismo, che aveva disegnato ambienti fortemente geometrici. Il corpo, con la sua storia e con le sue trasformazioni, diventa l’unità da cui partire per misurare il benessere e la qualità della vita. Anche nei luoghi di lavoro”.

Sede di H-Farm - fonte H-Farm

Forse il primo passaggio dell’abbandono della geometria è stata l’open space. Oppure no?

“L’open space è stato un mito, spinto fortemente dalle aziende, nella convinzione che l’assenza di barriere favorisse la comunicazione. A differenza di quanto si crede, però, non è affatto sicuro che tale formula sia realmente efficace. Un gran numero di ricerche dimostra tutti i limiti dell’ufficio arredato ad open plan: difficoltà di relazione fra colleghi; perdita di concentrazione, causata dalla rumorosità degli ambienti; drammatica riduzione della privacy poiché il lavoratore è, al tempo stesso, osservatore e osservato, condizione che genera ansia e frustrazione.

Sarebbe più corretto invece tenere ben distinti la scena e il retroscena, come suggerito da Erving Goffman: accanto al proscenio – cioè lo spazio in cui ci caliamo nella parte, “recitiamo” davanti a un pubblico, aderendo al ruolo prescritto in quel momento – tutti noi avvertiamo la necessità di uno spazio privato e personale, in cui sentirci liberi di fare una telefonata a casa, pensare ad alta voce o meditare ad occhi chiusi.

La formula ideale è uno spazio privato, individuale, e poi un’alternanza di spazi pubblici, che fungano da ganci comunicativi: sale per incontri di diverse dimensioni, bar interno, mensa, persino l’angolo della fotocopiatrice o quello della macchina del caffè – come ben sappiamo. Oppure, se si opta per un open space, è opportuno studiare la possibilità di avere degli angoli riservati – pensatoi, per i momenti in cui ci si ritira”.

In effetti, l’open space spesso è tutt’altro che un luogo destrutturato, a struttura orizzontale. Dove c’è, la gerarchia si sente e l’organizzazione dello spazio suona così vacua, e retorica.

“L’open space funziona nei contesti fortemente creativi, dove si fa lavoro di squadra. Oppure in contesti orizzontali, che privilegiano la comunicazione informale e l’adattamento reciproco. Va bene ad esempio per aziende che si occupano di web, hi-tech, marketing, realtà che sviluppano un approccio esplorativo e sperimentale, valorizzando la ricerca di soluzioni efficaci, più che il rispetto formale di norme e procedure. Un esempio è H-Farm, un ambiente che fa proprio il modello della comunicazione peer to peer, tipico dei social network. Anche la sua sede riflette questo approccio”.

Sede di H-Fam - fonte H-Farm

Com’è H-Fam?

“È un incubatore privato di start up e di imprese high tech, inserito in un contesto di straordinaria bellezza, tra Venezia e Treviso, in aperta campagna: tra il verde dei prati, accanto all’ansa di un fiume. Si tratta di una ridente fattoria riadattata e occupata dall’azienda. La H di H-Farm sta per Human e Humus, del resto. Tutto ben studiato: ci si trova a 5 minuti dall’aeroporto Marco Polo, che garantisce collegamenti agevoli con il mondo e, in particolare, con le altre sedi della società, a Seattle, a Londra e a Mumbai. Molto glocal, insomma”.

Però la fattoria in campagna è reale.

“Certo, il paesaggio intorno entra e contamina il luogo di lavoro. Si lavora mentre fuori dalla finestra scorrono le stagioni, recuperando in questo modo un ritmo vitale. D’estate, poi, si lavora in giardino, che è attrezzato con un’area wi-fi. Non si tratta di scelte ad effetto, dettate dalla moda del momento o dal desiderio di stupire. Riccardo Donadon, patron dell’azienda, sostiene che nel mondo hi tech è necessario recuperare una forma di saggezza antica, come quella dei contadini di un tempo: accogliere festosamente i semi della creatività e dell’innovazione, e dar loro il tempo di maturare. Si semina d’autunno per raccogliere d’estate e questo vale anche per le idee, che si seminano e a cui va dato il tempo di crescere. La H rimette al centro il capitale umano e sociale, l’azienda è l’humus che fertilizza questo terreno”.

Interno di H-Farm - Fonte: H-Farm

Funziona, immagino.

“ Certo. L’azienda ospita tutte micro-imprese, l’età media è sotto i 30. Giovani e creativi, senza ruoli di subordinazione. I rapporti sono molto informali, vige il tu, tutti i segnali esteriori di status sono aboliti. Un modello credibile, insomma”.

Proviamo a entrare dentro questa azienda – cioè, non questa. Entriamo. Come si arreda l’azienda vivibile, sostenibile, l’eco-design ha un ruolo?

“Il primo momento è la de-strutturazione degli spazi tradizionali, concepiti per un modello di azienda gerarchica, fortemente verticalizzata e auto-centrata, che non esiste più: oggi i confini tra interno ed esterno si sciolgono nel flusso continuo delle reti e delle informazioni. L’azienda diventa nodo, hub: luogo d’incontro e punto di scambio, costantemente connesso con altri nodi all’interno della stessa rete. Il passaggio successivo è la ricerca di un layout ottimale. Open space con luoghi privati, alternanza di uffici singoli e di spazi ulteriori, di incontro e di relazione, meglio se con colori ed arredi di carattere informale. In effetti, il luogo di lavoro, quando si tratta di knowledge workers, somiglia sempre più a uno Starbucks Coffee, uno spazio intermedio tra luogo di lavoro e luogo dedicato al tempo libero”.

Cortile interno di Avanzi, incubatore etico

In effetti, il bar è un ottimo posto per fare le riunioni.

“Chi ne ha fatto sistema è un altro incubatore, Avanzi, piccolo hub per imprese a connotazione etica. L’azienda ha occupato, riconvertendoli, gli spazi dei laboratori di ricerca della Brionvega – stanno a Milano, in via Ampère. Gli spazi sono belli, colorati, vivaci. Qui ci si avvicina all’idea di third placedi cui si diceva. Del resto, per com’è concepito, l’incubatore dev’essere un luogo di incontro, la forma dello spazio deve fare da catalizzatore: mettere in corto circuito persone, progetti ed idee. Nel caso di Avanzi, ogni supporto al lavoro, che possa renderlo piacevole o, almeno, meno oberante, è studiato con grande attenzione. La finestra, ad esempio. Non solo qui garantisce aria e luce naturali ma è aperta su uno scenario gradevole. Vedere fuori un pezzo di natura o la facciata grigia di un condominio fa la differenza, dato che viviamo in osmosi con l’ambiente esterno. Ad Avanzi c’è un cortile interno con un piccolo giardino. Un altro aspetto da considerare è la temperatura, l’ambiente non dev’essere né freddo né caldo. Ancora, la cura dell’illuminazione ha un valore. Se si lavora al pc, è meglio avere una luce soffusa, evitando il neon, che è freddo e appiattisce le ombre, con un effetto lattiginoso che alla lunga può risultare disturbante”.

Isabella Ragonese operatrice di call center nel film Tutta la vita davanti

Molto interessanti sono anche le soluzioni adottate per il call center Vodafone.

Sì. Gli operatori di un call senter sono sempre al telefono, utilizzano per lo più l’udito a discapito degli altri sensi, vivono un’esperienza sensoriale che rischia di annullare ogni altra dimensione corporea. Attenta al benessere dei propri dipendenti, Vodafone ha creato degli ‘abbeveratoi sensoriali’, chiamati a nutrire gli altri quattro sensi”.

Cos’è un abbeveratoio sensoriale?

“Uno spazio di compensazione dove attivare altre dimensioni sensoriali. Dipingere le pareti con colori forti e vivaci, ad esempio, riattiva il senso della vista. Creare un’area caffè su una terrazza che guarda all’esterno sollecita il gusto e l’olfatto, ma permette anche di sentirsi in rapporto con gli altri e con la vita”.

Eppure sono ancora parecchie le aziende dove per la più parte del tempo si è alienati.

“È vero, ma nei contesti più evoluti, in cui si genera innovazione, la sensibilità verso i dipendenti sta crescendo, l’interesse per questi aspetti aumenta. Lo spazio lavorativo non è più concepito solo come contenitore o quinta di palcoscenico: ci si rende conto che se si costruisce uno spazio meno estraneo – e straniante – ci sono ricadute visibili in termini di soddisfazione, motivazione personale, impegno a perseguire gli obiettivi, fidelizzazione all’azienda”.

La sede di Schüco Italia

C’è chi supera tutti. Nel suo libro si parla di Schüco, azienda che lavora nel settore delle energie rinnovabili.

“Altra sede bellissima, con tanto di giardino interno, in coerenza con la decisione di porre la natura al centro del progetto. Che prende origine dall’idea di trasformare un vecchio fabbricato industriale, applicando le più avanzate soluzioni in tema di energie rinnovabili e di involucri edilizi. Il risultato è un edificio che respira, come un essere vivente, e che è in grado di autoalimentarsi, producendo l’energia necessaria al proprio sostentamento. Materiali naturali, grandi vetrate, spazi luminosi e confortevoli: uno splendido ambiente. Con una forte valenza simbolica. In effetti, l’edificio è una rappresentazione che deve anche rendere tangibili certi valori, sia per le persone che ci lavorano, sia per gli interlocutori esterni. Se mi occupo di green, dovrò anche, coerentemente, rappresentare in modo palpabile il fatto che l’ecologia è importante e il rispetto per l’ambiente passa attraverso scelte concrete”.

Sede di H-Farm - fonte H-Farm

Senz’altro la comunicazione all’esterno passa molto bene.

“Certo, ma l’operazione di Schüco ha successo perché non è concepita come un fatto di pura immagine. Troppe volte invece si commette questo errore: ci si focalizza esclusivamente sulla struttura fisica, sul gioco ad effetto, sul progettista di grido, dimenticando che l’ambiente è costruito attraverso l’interazione tra persone, dalle dinamiche relazionali. Per questo sarebbe giusto parlare di place più che di space: concepire l’ambiente ufficio non come packging, ma come luogo vissuto, come ‘opera aperta’, che accoglie al proprio interno le dinamiche dell’happening. Gli esseri umani caricano di significati e di valenze emozionali il contesto in cui agiscono, letteralmente costruiscono lo spazio abitandolo”.


Facebook/TransparentFactory

transparentfactory.blog

www.brandforum.it/

www.schueco.com

www.avanzi.org

www.h-farmventures.com

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