Ecodesigner
29 gen 2013Inserito in in: Ecodesigner 1
Designer autoproduttori di tutta Italia, unitevi!
L'appello è di quelli che cascano sull'attualità più stretta: folta la nicchia degli autoproduttori e cogente la necessità di trovare nuove strategie e logiche di distribuzione. Così, l'idea di un censimento per fare rete e società in modo da gestire negozi e promuovere il Made in Italy ha riscosso successo immediato.

La cartolina-manifesto sul sito designartigianale

Ne abbiamo visti tanti sfilare su queste pagine da non essere troppo sorpresi che qualcuno li abbia finalmente chiamati a raccolta e lanciato loro l’idea di auto-distribuirsi. Dopo essersi auto-prodotti, in fondo, perché non coprire in proprio anche quest’altro anello della filiera? Sono loro, i designer auto-produttori, a volte più vicini allo status di artisti, per la scelta di realizzare serie così limitate privilegiando materiali così sofisticati, altre una straordinaria alternativa alle logiche dell’industrial design, sempre, comunque, innovatori e sperimentatori, spesso – ed è qui che cadono sotto la nostra lente – proprio sul fronte dell’eco-design, frastagliato ma non troppo, specie nella vocazione a fare comunque produzioni piccoli, sostenibili anche nel consumo di risorse.
Ecco, dunque, il primo censimento sotto l’egida di due designer eccentrici – ovvero piuttosto lontani da quella Milano che, oltre che della moda, a buon diritto si fregia del titolo di capitale nazionale del design: Angelo Soldani e Daniele Della Porta, l’uno di Salerno, il secondo di Nocera Inferiore.

Si sono conosciuti qualche anno fa, il primo facendo da esperto della materia – design auto-prodotto, appunto – per Il Mattino di Napoli: “Ci conosciamo solo da sette, otto mesi. L’occasione è stata quella di scovare e intervistare i designer auto-produttori della provincia di Salerno per conto del giornale che, dopo che qualche giornalista ha visto le mie cose, si è incuriosito al tema. Sono dieci anni che produco le mie cose, molto particolari perché mi piace esasperare il concetto di design artigianale. Del resto, un designer ha bisogno di una filiera industriale ma i tempi non consentono di crearla: le possibilità che restano sono due, o si cambia lavoro oppure si produce in proprio. La capacità industriale non è nelle corde del designer – non è un imprenditore – e di fronte alla questione di auto-prodursi può o far realizzare gli oggetti da uno o più artigiani oppure far da sé, incorporando le due figure, il progettista e il produttore – la mia opzione, come dicevo.
Non è semplice: l’auto-produttore deve coprire tutta la filiera, concepire, realizzare, ingegnerizzare e vendere la produzione, occupandosi anche della comunicazione e di intercettare il suo target.
Comunque, la ricognizione per il giornale ha avuto un esito piuttosto sbalorditivo: nella sola provincia di Salerno – una città del Meridione ben organizzata, ma, insomma, non Milano – c’erano altri 30 brand. Tra cui Daniele, con cui è nata l’idea di raccontare le storie e censire l’universo degli auto-produttori. Entro poche settimane, il 4 marzo per la precisione, sarà online il nostro sito: www.designartigianale.it”.

Definiamolo, dunque, il design artigianale.
“Non bisogna fare l’errore di confondere il design artigianale con l’arte o l’artigianato. C’è, dietro al design, uno studio di prodotto che non comunica semplice emozione: il design nasce dal pensiero, a differenza dell’arte che è emozione e votata alla bellezza. Allo stesso tempo, rispetto all’artigiano, che sa fare certe cose ma replica una tradizione, il designer produce oggetti originali”.

Come avete fatto, dunque, la selezione?
“Per adesso non l’abbiamo fatta. Chiunque abbia chiesto di essere ammesso è stato il benvenuto: aspettiamo il loro materiale, però. Allora, catalogheremo e potremmo dire di no a qualcuno. D’altra parte, per gli aspiranti tali, è già prevista una sezione del sito ad hoc”.

E chi ha risposto all’appello, qual è l’identikit dell’auto-produttore?

Angelo Soldani, designer artigiano


“Non c’è un tipo, il settore è molto eterogeneo: persone dai 28 ai 55 anni equamente divisi tra uomini e donne- i più giovani sono quattro ragazzi di Napoli, laureati da poco in design e con un po’ di gavetta in vari studi, gli ze123. È una nicchia in fibrillazione, se è vero che anche al Politecnico di Milano si è tenuto di recente un seminario, organizzato da Stefano Maffei, sul tema dell’auto-produzione. In ogni caso, il nostro obiettivo non è affatto teorico: vogliamo aprire uno shop e vendere le nostre creazioni nel mondo”.

Splendido, l’idea è molto interessante.
“Risponde ad un bisogno concreto. Un auto-produttore non riesce a fare una comunicazione aggressiva perché dispone di uno stock di pochi pezzi. Che può fare, pubblicarli in Rete? Se lo fa, sta chiedendo a chi visita il suo sito di fidarsi di una foto per acquistare un oggetto che può costare 300, 600, mille euro. Chi comprerebbe così, investendo mille euro su un’immagine? Se si affida a un negozio, è in posizione di fortissimo svantaggio. Se, infatti, quel negozio vuole rivendere un pezzo di Frau o di Kartell, di norma è costretto ad acquistarlo. All’oscuro designer, invece, propone il conto vendita. In più, raddoppia o triplica il prezzo. Così, il pezzo è fermo lì, il suo prezzo è lievitato e, in ogni caso, l’interesse del negoziante è, ovviamente, quello di spingere l’oggetto che ha acquistato. Insomma, una somma di elementi davvero insostenibili. L’unica è averci un negozio”.

Ineccepibile.
“E qual è il target naturale per noi? Il mondo che adora l’italian style: cinesi, indiani, arabi, la ricchezza emergente, in soldoni. Lo spazio di vendita deve stare a Milano, Londra, New York, Singapore, Sidney”.

Quindi, dove aprite il primo?
“Londra. Uno spazio piccolo, 50 metri quadrati e 30 brand, costa 15mila euro al mese”.

Quindi, basta trovare gli altri 28 e dividere le spese.
“Appunto. Si sta a Londra a 500 euro ciascuno al mese. Vogliamo aprire a ottobre.
Nel frattempo, però, abbiamo già trovato i secondi 30 e, così, stiamo cercando anche a New York”.

Però, e siamo già a due.
“Vogliamo organizzare una sorta di franchising o, meglio, una multiproprietà che trovi collocazioni strategiche”.

Certo che, in 50 metri quadrati stanno giusto 30 oggetti.
“Sì, è vero ma avendo lì dentro una persona esperta dei marchi e lasciando a disposizione un catalogo si può far sì che i clienti interessati a un designer trovino informazioni su tutta la sua produzione. E a quel punto sì che può essere rimandato al sito specifico di e-commerce. Se ha visto un pezzo, si fiderà a fare acquisti sulle sole immagini”.

Avete pensato proprio a tutto.
“Di più. Abbiamo pensato anche che possiamo fare una prova per il battesimo di fuoco”.

Ovvero?
“A Londra staremo in un albergo per i primi tre mesi. Per non darci ansia, dato che si tratta di un impegno iniziale importante e per evitare dubbi, dal 10 ottobre al 10 gennaio avremo uno shop in centro all’interno di un albergo. Costa uguale ma si può pagare di mese in mese – in effetti, anche a settimana. Così non ci si espone, economicamente, e si fa una verifica. Nei Paesi anglosassoni funziona bene l’albergo-negozio: si tratta di spazi già arredati e conosciuti, visitati da chiunque (e non solo dagli ospiti dell’albergo stesso)”.

Un ottimo esperimento, e in un periodo mirato.
“Eh, sì, andiamo a testare proprio la stagione dei regali, Natale. Certo: se non va così, allora non va proprio”.

Ma sì che va, va senz’altro. Epperò, ssst, lo diciamo sottovoce.
Sennò porta male. Con un campano, poi, attenzione, tocca scongiurare la malasorte, che quelli sono sensibili a certe cose..!

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