Ecodesigner
03 gen 2013Inserito in in: Ecodesigner 0
Piccoli ecodesigner crescono. Il collettivo Nuup, da un lato all’altro dell’Oceano.
Otto progettisti e un'idea, coraggiosa - come sono sono le idee di chi è giovane davvero e può sfidare tutte le convenzioni: cambiare il mondo con oggetti fatti bene. Progettati per durare e senza consumare risorse. Si può partire in otto a far la rivoluzione.



Area educada - pezzi per stand - Nuup

Tocca scusarsi subito, con Barbara e i suoi sette colleghi del collettivo Nuup – insieme, in lingua maya, a significare la volontà e la forza che bisogna metterci, per decidere di fare gli eco-designer e di farlo in otto teste a progettare. Mi scuso subito, allora, perché il titolo tradisce già la freschezza – ipocrita, anche solo nel suo retrogusto, stucchevole, di political correctness – o, altrimenti, l’immaturità – malevolo, forse: sono giovani ma molto maturi e ben equipaggiati – oppure, meglio, la relativa novità di un marchio che, attivo da tre anni circa, riunisce gli ex studenti del primo master in eco-design italiano e che si è tenuto, per l’appunto, nell’anno 2008/2009 ad Ascoli Piceno, sotto la direzione di Lucia Pietroni.
Giovani, però, lo sono oggettivamente, e non solo per i canoni gerontocratici di questo Paese, essendo tutti poco più in qua o più in là il confine dei trenta, anche se stanno decisamente bruciando le tappe. Tenuto conto che sono dislocati in tutta Italia – o, almeno, nel centro-nord – più tre propaggini in Sud America, in Messico, Colombia, Guatemala.

Libreria della collezione 21.0 - Nuup

Abbiamo chiesto a Barbara Pollini di farci da portavoce e, in prima battuta, di disegnare il suo percorso di studi e formazione, di cui il master è l’ultima tappa e segue la laurea in design a Brera – il corso, sotto la direzione di Ugo la Pietra, si chiamava “progettazione artistica per l’impresa” – e un’esperienza di due anni ad Amsterdam come decoratrice di torte. Lo stimolo con cui Barbara è tornata, come lei stessa dice, “sulla strada del design”, ha la forma di una domanda: se ci fosse un’alternativa a quel che presentavano i vari Saloni del Mobile e appuntamenti del settore, che poco la convincevano a livello stilistico e formale. “Passa soltanto l’idea che il designer sia quello che mette la firma, che il design abbia a che fare unicamente con un concetto di style”.

Il Master, così, ha saputo incanalare le sue energie verso quello che le interessava progettare. Al termine dei tre anni, i nove studenti del corso avevano progettato moltissimo. E finalmente sentivano di possedere degli strumenti per far fronte all’emergenza ambientale attraverso il fare stesso del lavoro.
Certo, l’impatto con la realtà professionale è stato comunque violento: “In Italia sono pochissimi a fare eco-design, qualche studio e qualche polo di ricerca universitaria”. Il collettivo è stato, perciò, l’esito naturale dell’esigenza di contarsi, dovendo partire da zero, di dare l’annuncio al mondo del design. E sinora i risultati non si sono fatti attendere. Due anni fa, presenti al circuito del Fuorisalone, Nuup anziché mobili ha optato per i giochi educativi sulle green rules in carta e cartone – “fatti in modo da non avere punti colla, su carta fsc, riciclati e riciclabili”, precisa Barbara – per adulti e bambini. Lo spunto per una riflessione su quanto consumiamo e come si può ridurre il nostro impatto o, ancora, per fare informazione sul corretto smaltimento dei rifiuti (sul sito di Nuup una piccola selezione). “Questi giochi sono stati un momento di svago per chi passava dal nostro stand e oggi li utilizziamo nelle scuole dove ci chiedono di fare workshop poiché sono ottimi strumenti didattici”.

Tavolino della collezione 21.0 - Nuup

L’anno scorso, viceversa, eccola, la collezione. I mobili di 21.0 – due sgabelli, due tavoli e una libreria – sono fatti di 21 pezzi di legno e zero giunti, hanno sfridi di lavorazione pressoché nulli per ottimizzare al massimo l’utilizzo del materiale un metodo di progettazione basato sul ciclo vita. Un concentrato di “virtuosismi ambientali”, chiosa Barbara: “Sono prodotti da legno riciclato fsc, senza sprechi, come detto; si smontano e trasportano in confezioni piatte e sono del tutto riciclabili. I primi li abbiamo prodotti da noi ma, dopo il Salone, la falegnameria del carcere di Monza si è offerta di realizzarli”.
E così Nuup sta per lanciare la sua linea di arredamento sostenibile. Cinque pezzi, otto designer e tanta determinazione. E nel frattempo, si vive e si lavora con aziende sparse in tutta la penisola su progetti di comunicazione di prodotto – “per un’azienda di Padova abbiamo creato confezioni ed etichette per una linea di detergenti ecologici e con il comune di San Benedetto del Tronto disegno ed etichetta della tanica per raccogliere l’olio alimentare esausto a casa, insieme a un workshop di divulgazione nelle scuole”.

Scolapiatti - Nuup

Sempre lo scorso anno, poi, sono stati notati dalla Naba e così Barbara insegna design e sostenibilità.“Il nostro plus è la formazione specifica sull’eco-design, che in pochi hanno poiché, spesso, un designer non riconosce nemmeno di avere questa lacuna. Sapere cos’è il life cycle design ri-orienta il tuo modo di progettare ma prima devi averne voglia”. I primi scettici, racconta Barbara, sono spesso proprio professori universitari – non è così ovvio considerare l’importanza dell’ecodesign e del life cycle design nelle università – a non voler sentir parlare di eco-design perché non lo ritengono utile. “Viviamo in un mondo ibrido, dentro una grossa bugia. Quando ai miei studenti faccio fare il test che misura il loro impatto sul pianeta, ne restano scioccati: non possono credere che, se tutti vivessero come noi, servirebbero due pianeti e mezzo. Nessuno si aspettava che nei detersivi ci sono degli antibatterici che restano nel corpo per anni. Viviamo in una grossa bolla.
Si andrà al collasso, temo, se non rinsaviremo prima”.

Sgabello della collezione 21.0 - Nuup

Forse, però, la crisi ci aiuta. Si sono ridotti i consumi, si mangia meno carne, si va di più in bicicletta.
“Io credo che quel che serve è educare le masse. Se si smette di mangiare carne solo perché si hanno meno soldi, che senso ha? Una volta finite le ristrettezze, si riprenderà a consumarne. La scelta dev’essere consapevole e non forzata. Bisogna fare cultura e il progettista consapevole sa che gli oggetti finiscono per produrre pensieri”.
Se sono ben fatti gli oggetti, lo saranno anche i pensieri.

www.nuup.it
www.naba.it


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