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22 ott 2013Inserito in in: Ecodesigner 0
L’ago ha una sua musica, che suona come un mantra. Fosca Campagnoli.
Affinità elettive, cuore, testa e mani. Soprattutto mani. Capaci di raccontare, tessendo. Trame, ovvero storie di vita. Di donne, soprattutto, nel lavoro di artista di Fosca Campagnoli, alter ego di Fosca Milano, presente con i suoi arazzi-tende e zafu in colori squillanti, a Casayoga.

Fosca Campagnoli a Rocca Brivio

Fosca Campagnoli a Rocca Brivio

È piuttosto semplice, in effetti. C’è chi scrive, chi cucina, chi dipinge. Chi ha preso in mano l’ago e il filo e ne ha fatto la propria forma d’espressione. Fosca Campagnoli sgrana le parole e la sua voce, carezzevole, è quella di chi conosce il silenzio che dura ore, ore di solitudine attiva e contemplativa insieme, la mani che lavorano e la testa e il cuore che le seguono e, nel medesimo tempo, s’involano.

Si dice artigiana, soltanto. Si è fatta, negli anni, più erudita in materia di mercati e funzionalità, ha dovuto sviluppare competenze per incontrare una sua committenza, in materia di mercato e alle sue leggi, regole non sempre visibili, specie quando si parla di tassazioni, competizioni. “Termini che non mi appartengono e non mi sono chiari neppure adesso. Il senso della mia attività nasce come incontro fortunato e affinità con quel che sono. Ago e filo, filo e macchina da cucire sono strumento della necessità di esprimersi, che è interiore e individuale, tale che non si accantona, viaggia parallelo. Quel che appartiene a questa sfera, intima, è ben distinto. E contraddistinto dal suo nome. È Fosca Campagnoli. L’altra, derivata, è Fosca Milano, l’ibrido di arte e artigianato che si costruisce per il mercato, che produce prodotti finiti e sfida il mondo delle case, degli interni – Fosca Campagnoli non vende, invece. E incontra galleristi – come Gabriella Anedi, che da tre anni crea occasioni ed eventi perché il suo lavoro, paziente, annoso, venga esibito e apprezzato.
Fosca Milano sa bene dove si colloca quel che fa. È fashion e interior design, che veste di tende, arazzi, cuscini case impreziosite da questi pezzi di artigianato sapiente, che sceglie i materiali e le tecniche, che inventa texture e gioca con i colori, sovrappone e mescola.

Union - Arazzo di Fosca Campagnoli

Union – Arazzo di Fosca Campagnoli

Fosca Campagnoli è tornata all’ago e al filo: “sono nata in sartoria”, spiega, gestita in linea maschile dal papà e prima di lui da nonno e bisnonno. “Fino a 6,7 anni ho giocato a trafficare lì dentro, poi, mi sono molto allontanata, seguendo un percorso non artistico”. Si è laureata in lettere moderne: “Ho amato la letteratura e amo il libro anche come oggetto, totem e talismano. In effetti, i primi esperimenti con i tessuti sono stati dei libri tessili che ho realizzato intorno ai 28, 30 anni. Cucivo tessuti su supporti di carta, all’inizio. Poi, c’è stata un’evoluzione e, nel 2008, ho iniziato a infilare parole su pezze di tessuto, che potevano essere lette o no. Il tessuto era diventato una tela su cui scrivevo le parole, che erano parte di un insieme più vasto, un’opera che era anche texture, colori, materiali. Mi occupa più tempo questa seconda modalità, uso l’ago della macchina da cucire ma, anziché farlo muovere secondo una linea retta, dall’alto al basso, com’è di norma, mi sposto, lo muovo come una matita, in una grafia corsiva fluida e tonda, sopravvivenza e retaggio infantile”.

Arazzo di Fosca Campagnoli

Arazzo di Fosca Campagnoli


Fosca racconta e insieme elude, sembra sottrarsi. Chiedo e mi pare di insistere, di forzare, di fare troppe domande. Le chiedo cosa sono queste parole su stoffa, come, dove, perché. Mi parla delle sue opere, “cose composte per essere esposte nella galleria di Gabriella o per altre occasioni”. Scoprirò cosa intende: dietro questa vaghezza c’è un curriculum d’artista che, negli ultimi dieci anni, ha all’attivo in media una mostra all’anno, tra Milano, San Giuliano, dove vive, e Gressoney. E le ‘parole’ di cui parla sono, mi spiega, frasi: “il vocabolario è così disusato e fraintendibile, parole singole rischiano molto, possono dire tutto e niente”, non si possono esporre nella loro ambigua nudità. Così, le frasi sono pensieri della stessa Fosca oppure citazioni: Virginia Wolf – di cui è “innamorata” e, nella sua voce, questa parola risuona così autentica, in tutta la profondità di un amore letterario e platonico – perché l’introduzione a Le onde era perfetta. Fosca legge e ha letto, moltissimo, conosce la storia dell’arte e di quella, misconosciuta, che è la tessitura, relegata quasi sempre alle donne, che hanno, però, prodotto pezzi di altissimo valore – all’interno di quel laboratorio propulsivo che è stato il Bauhaus, ad esempio, con Gunta Stölzl. D’altra parte, i buoni lettori sono allenati all’ascolto e, così, non sorprende che Fosca abbia anche incorporato nei suoi pezzi parole di altre donne: “Cinque donne mi hanno dettato le parole per la serie de ‘La quiete’. È un tema che sorprende: si inizia con lo stupore – che vocabolo è ‘quiete’? – e, più ci si pensa è più viene spontanea l’associazione ad un colore, una sensazione. Può essere l’abbraccio, la quiete notturna oppure, viceversa, assenza, una quiete che non c’è. Le parole sono state modellate e modificate, lasciate da persone vicine oppure da sconosciute che hanno presenziato all’evento che ha presentato i primi pezzi della serie. Ne ho ancora, pensieri che dovrò riordinare, materiale per altri pezzi”.

Bettina Cucinella

Bettina Cucinella


Fosca lavora nella continuità di una dimensione che fonde mani, testa e emozione, empatia, il corpo dissolto e ritrovato ogni volta, dentro a ogni gesto. Il suo lavoro è sempre fisico, manuale, sono sempre le mani e anche la schiena, gli occhi, le gambe – penso a mia mamma, a quando cuciva, assente e beata, a mia nonna, che non si accorgeva di muovere le labbra e cantava, a fior di bocca, sommessamente.
Sarà l’ora, fuori è già buio, che induce ai ricordi. Tocca riprendere il filo, anche se Fosca è generosa e ricettiva e potrei raccontare, svelare un po’ i miei pensieri che, però, ci porterebbero troppo lontano.
Viriamo, torniamo all’occasione – il pretesto necessitante, a cui sono grata – della chiacchierata, la presenza allo YogaFestival e a Casayoga. Lo yoga, dunque, perché? E come?
Dettaglio di un arazzo in feltro

Dettaglio di un arazzo in feltro

“Rispetto alla pratica e all’idea di un festival, senz’altro è un contesto che rispetto, pur nella distinzione di una spiritualità altra e di una filosofia diverse dalla mie. Quanto all’idea di uno spazio vivibile, questa è più affine alla mia idea di abitare: la verità è che sono stata coinvolta, quasi senza pensarci, grazie a Bettina, che pratica lo yoga [Bettina Cucinella è una delle tre anime di Fosca Milano, laboratorio atelier dove lavora anche Anna Tamborini, ndr]. Si poteva pensare a pezzi da fare e proporre anche nelle case in cui già lavoriamo. Da qui l’ingresso a YogaFestival a cui mi avvicino con qualche scrupolo e non senza problemi. Il fatto è che, quando penso a una filosofia di vita, faccio fatica a immaginare anche un mercato che la nutra. Sono convinta che lo yoga sia fatto di essenzialità, di sobrietà e, invece, bisogna pensare a un contesto funzionale. D’altra parte, sono lieta di sapere che si possono costruire case con legni di cui si conosce filiera, grata per il rispetto per la materia e, così, sulla base di questa affinità, introduco la mia materia, che è un abbellimento. Potrebbe non esserci e, però, accompagnano e gratificano l’occhio, lo sguardo si appoggia volentieri su quel materiale, l’ho trovato e lo sperimento di nuovo”.

Anna Tamborini

Anna Tamborini


Le riserve di Fosca sullo yoga sono più profonde, legate alla concezione che ne ha l’occidente: “Il nostro è uno yoga del fare e non uno yoga legato a una forma di spiritualità, com’è nella sua essenza più autentica. Abbiamo bisogno di fare e, se fosse altrimenti, lo yoga non avrebbe proseliti qui. Così, sto a vedere se con il mio gesto, poetico, riusciamo a far sì che l’occhio cada su un pezzo di tessuto che evoca e rimanda e non necessariamente fa fare ma che vuole, invece, far fermare, e meditare”.
Che purezza di sguardo.

Torno al suo lavoro, a quel che fa ora Fosca Campagnoli – dopo che con Fosca Milano abbiamo evaso.
“La Quiete è un lavoro sempre aperto e attivo. Accatasto materiali, sono tre anni che raccolgo quei pezzetti di carta-tessuto usate per fare il bucato [avreste mai pensato che il vostro foglietto acchiappacolori potesse far parte di un'opera d'arte?, ndr] per farne tele che hanno dimensioni di 150×180 centimetri. Ne ho già fatte cinque ma continuo. Sono ogni volta esterrefatta dalle lavatrici altrui, eccezionali. Ci sono donne che hanno ottenuto gialli, verdi, rossi, arancioni – ce n’è una piccola selezione sulla home page del sito.
Mi serviva l’arancione per raccontare la quiete come abbraccio. D’altra parte, la notte non poteva essere che blu”. E qui i miei foglietti avrebbero trovato posto, io sono nel novero delle donne che tolgono dal cestello solo colori fondi, notturni, grigi violacei e bluastri. “Il colore è un aspetto importante di ciò che faccio ogni filo ha il suo accenno di colore, anche il bianco. È un bel modo di equilibrare quel che costruisco, il colore”.

Fosca Campagnoli

Fosca Campagnoli

Fosca è un vulcano, ha altri progetti aperti, a lunghissimo termine: “In questo momento rammendo e cucio carta fotografica. Sono le fotografie stampate da un’amica: tutto quello che l’occhio fotografico di questa donna vede è un rimando al personale e, perciò, ne subisco il fascino conturbante. Faccio una selezione e cucio, insieme carta e tessuti, sia a mano che a macchina. La manualità ha un ritmo suo, il filo che entra e esce ha una sua musica, un modo di risolversi molto bello. Uso filo grosso, spesso e questa musica diventa quasi un mantra. Il risultato è molto efficace, bello, anche se ancora non è stato esposto”. Fosca ci lavora da due anni, la sera perché durante il giorno fa l’artigiana e ritaglia altri spazi per quello che artigianato non – o non soltanto – è. “Non è che siano così distinti, il giorno e la notte. Quel che sperimenta l’artista diventa parte del lavoro dell’artigiana poiché, anche se sono fatti su commissione, ogni pezzo ha sua vita, ogni cuscino, ogni arazzo, Questo è quello che posso permettermi, commistionando saperi, perché nel lavoro metodico sono molto spedita, i tempi sono pianificati: questo cuscino ha da essere così e non altrimenti. Lo stesso è artigianato d’arte, sono un’artista artigiana. E così siamo risaliti indietro al 1500, alle botteghe dove si faceva formazione agli allievi, di cui mi avvalgo. Le mie allieve sono un contributo importante: la loro restituzione capace e affinata, le mani di Adriana, ad esempio, metodiche e precise, a cui posso affidarmi, sono un conforto”.

www.foscamilano.it
www.casayoga.it
www.ioabitobio.it

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